Ideali e azioni per la collettività

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Questo blog ha la funzione di portare all’attenzione di tutti coloro che vogliono spendersi per una Capo d’Orlando più libera, vivibile e all’insegna del pluralismo, fatti azioni e proposte concrete per far si che questa terra possa sfruttare al meglio tutte le potenzialità che una natura generosa gli ha riservato.

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E’ necessario ! . . . . urgente !!!!!

Vivere nella società in modo che l’uno sia aiutato dall’altro e ognuno con la sua ragione si occupi di cose diverse…

Si forma così un sociale, tenuto insieme dalla convergenza del bene comune che prevale sui beni particolari, i quali, anzi, sono ordinati al bene comune come a qualcosa di più perfetto.

Questo concetto è superiore all’idea d’interesse particolare e d’interesse generale che viene invece spesso introdotto in politica e oggi più che mai dominante.

L’interesse tende ad una dimensione egoistica e soggettiva, mentre il bene comune tende alla realizzazione degli individui in ordine ad un bene oggettivo, ai diritti naturali, alle inclinazioni  individuate dalla famiglia e dalla scuola, occorre dare una dimensione morale della società che comprende la convivenza e dunque anche l’economia, la tecnica, l’organizzazione sociale, nell’esercizio di qualsiasi potere, nella scienza, nell’arte.

L’insieme i questi valori, cioè di queste realtà va vissuto in ordine alla realizzazione del bene comune.

Esso è un tutt’uno che si attua nell’insieme delle persone e per ciascuna di esse.

Così si capisce che ricchezza, salute, cultura sono beni particolari da ordinare al bene della collettività così che lo scambio e la comunicazione dei beni particolari promuova il bene di tutti.

Il bene comune, non è somma di beni particolari, ma armonizzazione e comunicazione di essi finalizzati fin dall’origine.

Al bene comune si subordina il bene dell’individuo inteso in senso individualista ed egoista, il quale così inteso non coopera al bene comune.

Piuttosto il bene individuale va armonizzato e coordinato al bene comune.

L’armonizzazione e la comunicazione delle attività personali sono compito dell’autorità politica la quale interviene con le leggi finalizzate al bene comune e devono ispirarsi alla legge naturale. Così l’autorità opera per il bene comune.

Tali dettami particolari, ottenuti dalla ragione umana prendono il nome di legge umana o positiva.

Nella comunità politica il fine è il bene comune, cioè il motivo stesso per cui si sta insieme nella comunità politica; la legge di conseguenza deve essere ordinata al bene comune.

Ordinare al bene comune è compito di tutto il popolo, oppure di un singolo rappresentante in sua vece.

Risultati immagini per vignette sul bene comune e individuale

Rispetto alla dimensione politica si deve affermare che la legge è frutto di un dettame della ragion pratica per regolare la vita di una comunità.

La legge naturale ci fornisce solo i principi con cui procedere, insufficienti a guidare tutta la vita umana.

Per questo è necessario arrivare a rispetto e controlli di leggi positive.

La ragione umana ci impone, partendo da questi principi il controllo e rispetto, in una cultura sociale adeguata al territorio e regolamentazioni più dettagliati.

Formare un gruppo di unità d’intenti è alquanto complesso, ma i benefici che se ne possono trarre ne fanno indubbiamente un’arma vincente.

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Disfattismo all’italiana

Il punto di partenza è un bell’articolo di Claudio Magris intitolato Che noia il disfattismo all’italiana e uscito sul Corriere della Sera.
La tesi di Magris è chiara: qualsiasi paese è afflitto da magagne, sciagure e storture. Occuparsene e denunciarle in modo circostanziato è, oltre che doveroso e patriottico, utile.
Ma tutto ciò è profondamente diverso dal ritornello autodenigratorio, cinico e intriso di falso moralismo, che oggi si configura come disfattismo all’italiana, vero vizio nazionale, e che incrementa i mali d’Italia. Seguono alcuni esempi tratti dal mondo che Magris conosce bene, quello dell’università, e un ragionamento sull’antipolitica.

Sono così profondamente d’accordo con quanto dice Magris che vorrei stamparlo in corpo 96 e farne un manifesto. Ma, temo, servirebbe a poco (e sì, sarebbe un gesto bizzoso). Provo ad aggiungere, invece, a quanto dice Magris un paio di chiavi di lettura che riguardano l’efficacia del “ritornello autodenigratorio” in termini di comunicazione, e i vantaggi che l’autodenigrazione offre a chi la pratica. Questo può offrire qualche strumento in più per distinguere a colpo d’occhio tra patriottica (e necessaria!) denuncia e cinico ritornello, e anche per disinnescare le tentazioni autodenigratorie di chi, magari, si sente un po’ sconsolato, ma è in sostanziale buonafede.

Prima di presentarvi il mio elenchino di funzioni e vantaggi, però, devo chiarire una cosa: salvo un’eccezione, che vedremo, di norma quella che Magris chiama “autodenigrazione” non viene applicata a se stessi in quanto individui. A essere denigrati, in realtà, sono sempre gli altri. E questo succede perfino quando il denigratore, travestendosi da anima bella che è vittima, suo malgrado di un inestirpabile male collettivo, usa l’artificio retorico di mettere anche se stesso nel mazzo dei denigrati ed esordisce con un ecumenico “noi italiani”.
Nelle espressioni di disfattismo all’italiana, quel “noi italiani”, implicitamente, sta però a significare “tutti gli altri italiani tranne me, la mia mamma, i miei amici, le altre anime belle che mi seguono e sono indignate quanto me”. E che parleranno al bar di quello che dico. Metteranno un “mi piace” su Facebook. Twitteranno e diffonderanno il ritornello del disfattismo, gustandosene le parti più saporite come se fossero caramelle, possibilmente senza azzardarsi a distinguere, ad approfondire, a verificare le fonti, insomma: a evitare la fallacia della generalizzazione.

Potente. L’autodenigrazione e il disfattismo fanno leva su intense emozioni primarie (rabbia, paura, disgusto) e per questo da una parte non ha bisogno di essere sostenuta da argomentazioni incontrovertibili, dall’altra è difficile da contrastare con un ragionamento articolato che abbia uguale intensità emotiva. Vantaggio: poca spesa (in termini di impegno analitico e dialettico) e grande resa in termini di coinvolgimento e memorabilità.

Semplice e definitiva. A criticare, diceva la mia nonna, sono bravi tutti, e demolire denigrando è molto più facile che ricostruire o costruire distinguendo e discutendo. Dopotutto, basta un po’ di dinamite verbale inserita nei luoghi comuni giusti, ed è fatta. Ma non solo: una furiosa demolizione è, nella sua immediata assolutezza, molto più semplice da capire che una laboriosa costruzione argomentata. Vantaggi: l’operazione si svolge in modo fulmineo, risulta comprensibile a tutti, è radicale e definitiva.

Conveniente e confortevole: chi denigra in una logica di disfattismo non ha bisogno di entrare nel merito di complesse distinzioni, o di assumersi onerosi impegni, o di formulare proposte o idee alternative che, a loro volta, potrebbero essere suscettibile di critiche. Vantaggio: si giudica senza dover affrontare il rischio di farsi giudicare, e ci si può, poi, adagiare in un confortevolissimo far niente.

Spettacolare. Lo sa chiunque lavori coi mezzi di comunicazione di massa: le buone notizie esercitano un impatto enormemente inferiore alle cattive notizie. Una rissa si fa guardare più di un dialogo pacato. L’inventiva diverte, e se sei noto per dirne di tutti i colori verrai invitato a partecipare ai talk show. Vantaggio: ci si conquista popolarità e si rimediano un sacco di inviti.

Autoassolutoria: questo è probabilmente l’unico caso in cui l’autodenigrazione comprende autenticamente anche chi la esercita, e autodenigrandosi dissolve qualsiasi possibile responsabilità individuale nel pentolone dello stigma collettivo. Se l’Italia intera è incapace, disonesta e inefficiente, nepotista e opportunista, beh, perché mai io, che sono italiano come voi, dovrei comportarmi in modo diverso? Vantaggio: “non è colpa mia, è colpa di un sistema perverso e immutabile”.

Il disfattismo incrementa i mali d’Italia, scrive Magris. Riconoscerlo è facile: un discorso disfattista non comprende distinzioni e non prevede vie di scampo realistiche e praticabili o controesempi virtuosi. Smontare il disfattismo è più difficile, ma saperlo individuare è già un buon primo passo. Per sfuggire al disfattismo all’italiana basterebbe rinunciare a tutti gli innegabili vantaggi che questo offre e, magari, dare un’occhiata a Il bello dell’Italia, un libro in cui 25 corrispondenti della stampa estera raccontano quel che apprezzano del nostro paese.

Fonte: Annamaria Testa nuovoeutile.it

Non possiamo far finta che le cose cambieranno se continuiamo a fare le stesse cose. Una crisi può essere una vera benedizione per qualsiasi persona, per qualsiasi nazione, perché tutte le crisi portano progresso. La creatività nasce dall’angoscia proprio come il giorno nasce dalla notte buia. È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera una crisi supera se stesso, restando insuperato.
Chi incolpa una crisi dei propri fallimenti disprezza il suo talento ed è più interessato ai problemi che alle soluzioni. L’incompetenza è la vera crisi. Il più grande svantaggio delle persone e delle nazioni è la pigrizia con la quale tentano di trovare le soluzioni dei loro problemi. Senza una crisi non c’è sfida. Senza sfide, la vita diventa una routine, una lenta agonia. Non c’è merito senza crisi.
È nella crisi che possiamo realmente mostrare il meglio di noi. Senza una crisi, qualsiasi pressione diventa un tocco leggero. Parlare di una crisi significa propiziarla. Non parlarne è esaltare il conformismo. Lavoriamo duro, invece. Facciamola finita una volta per sempre con l’aspetto davvero tragico della crisi: il non voler lottare per superarla. A. Einstein

Con noi Libertà totale di essere se stessi.”

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Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica

Katainen,’specializzazione intelligente’ cambia la coesione Ue

Redazione ANSA

24 luglio 201719:16
Industria: Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica (foto: Ansa)
Industria: Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica

BRUXELLES – Dare un sostegno alle Regioni nell’accompagnare la transizione tecnologica delle loro industrie e puntare su nuovi settori some i big data e la bioeconomia per potenziare i partenariati fra regioni, anche di Stati diversi. Sono i due progetti pilota lanciati martedì 18 luglio dalla Commissione Ue per aiutare i territori europei a investire nei settori in cui sono competitivamente forti, la cosiddetta “specializzazione intelligente”, cercando così di accompagnare la globalizzazione. In parallelo, Bruxelles ha svelato una serie di iniziative per snellire la burocrazia e aiutare i territori nel creare ambienti favorevoli al business.

“Stati e Regioni si aspettano di avere fondi Ue per le loro infrastrutture”, ma è un “modo di pensare tradizionale” che “non prende in considerazione altri elementi fondamentali per la crescita”, ha dichiarato il vicepresidente con delega alla Crescita, Jyrki Katainen. “La specializzazione intelligente cambia il modo in cui la Commissione, e speriamo anche le Regioni, vedono la politica di coesione”, anche in vista dei probabili tagli al bilancio Ue per il post 2020, ha aggiunto. Secondo la commissaria alla Politica Regionale, Corina Cretu, un esempio positivo di utilizzo di fondi Ue per investimenti mirati sono le Marche, che hanno deciso di puntare sull’innovazione nel calzaturiero. “Apprezziamo molto lo sforzo della Commissione di concentrarsi sugli investimenti che dovrebbero fare le Regioni per avere vantaggi competitivi”, ha dichiarato Arnaldo Abruzzini, presidente di Eurochambres.

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cultura del saper fare

La crisi economica induce a ripensare un modello economico fondato esclusivamente sul profitto e su una concezione individualistica che, del vivere associato. Negli ultimi decenni l’economia ha svolto infatti un ruolo che è andato molto oltre il suo ambito di competenza, divenendo un vero e proprio modello culturale di riferimento.

Un clima culturale che si potrebbe definire la “cultura del saper fare”, idealmente contrapposta alla “cultura dell’utile”

Come spesso accade in tempi di crisi, le difficoltà possono facilmente trasformarsi in opportunità di cambiamento oppure possono condurre a ripetere nel tempo gli stessi errori che la crisi ha prodotto. È in questo frangente che dobbiamo esprimere il  potenziale innovatore - infatti a un clima culturale che si dovrebbe definire “cultura del saper fare”, si contrappone la “cultura dell’utile”.

Cosa accomuna tra loro un artigiano, un imprenditore, un medico e un buon cittadino? 

L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno.Il termine maestria rende bene questa attitudine: “la maestria” designa un impulso umano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso. E copre una fascia ben più ampia di quella del lavoro manuale specializzato; giova al programmatore informatico, al medico e all’artista; anche la nostra attività di genitori migliora, se è praticata come un ‘mestiere’ specializzato, e così pure la nostra partecipazione di cittadini” Dedizione e maestria hanno a che fare con il “prendersi cura” delle cose, delle persone e del bene comune.

Se si volessero individuare le implicazioni di una “cultura del saper fare” in termini di applicazione, si potrebbe dire che essa soddisfa tre bisogni, spesso trascurati all’interno delle società contemporanee, ma non per questo meno sentiti:

1) la partecipazione nella sua duplice accezione di “prendere parte” e “sentirsi parte”;

2) la possibilità di verificare i risultati delle proprie azioni;

3) la responsabilità, intesa anche come gratificazione derivante dal merito.

Con questi valori s’impara a misurarsi con le responsabilità e con il rischio di sbagliare. Ritorna in questo caso la “cultura del saper fare” propria dell’artigiano e soprattutto il fatto che l’esercizio della cittadinanza si apprenda attraverso la pratica quotidiana. L’esercizio dei diritti/doveri di cittadinanza è esso stesso un “saper fare” che trova il suo fondamento in un codice relazionale che unisce tra loro cittadini e istituzioni.

Il riferimento all’uomo artigiano riconduce inevitabilmente all’interno delle dinamiche del mondo imprenditoriale. Al di là delle analisi macro economiche, ciò che spaventa di più della crisi attuale è che essa inneschi una corsa al ribasso, a fronte dei tanti richiami all’eccellenza e alla qualità che vengono dagli esperti e da parte del mondo imprenditoriale.

Il mondo delle Pmi (imprese da 1 a 25 addetti) è depositario di un patrimonio di valori. . L’idea di fondo è che alla base delle attività imprenditoriali ci sia uno slancio che non può essere ricondotto solo alla logica del profitto. Secondo questa ipotesi la competitività delle Pmi deve essere collocata all’interno di una visione che si esprime in due dimensioni tra loro complementari: la prima consiste nella valorizzazione delle persone che guidano l’impresa e che vi lavorano apportandovi i loro ideali, legami e sistemi relazionali; la seconda guarda ai rapporti dell’impresa con l’esterno e alla sua capacità di fare rete.

Resta il fatto che il sistema imprenditoriale italiano è depositario di una cultura del “saper fare” che attraversa trasversalmente le grandi e le piccole imprese e che è attualmente messa in discussione dalla concorrenza con manodopera non specializzata, destinata alla grande produzione di massa e spesso estranea ad ogni forma di cultura d’impresa.

In Europa le Pmi costituiscono il 99 percento del totale delle imprese, il 9 percento delle quali si colloca nella fascia delle micro imprese (1-9 addetti). In Italia sono oltre 4 milioni, anche in questo caso concentrate nelle micro imprese.

La centralità che le Pmi ricoprono nel sistema imprenditoriale europeo ha spinto la Commissione a varare nel giugno del 28 lo Small business Act, con l’intento di favorire la cultura d’impresa delle Pmi sia a livello europeo che negli stati membri e di rimuovere gli ostacoli al loro sviluppo. A questo proposito, al primo posto tra le richieste avanzate dalle Pmi si colloca la semplificazione amministrativa, quale passaggio obbligato per il recupero di un rapporto con le istituzioni avvertite come distanti, se non addirittura ostili al mondo delle Pmi.

A seconda delle circostanze le dimensioni ridotte delle Pmi sono state interpretate sia come un elemento di forza che di debolezza. Nel primo caso, si fa riferimento alla loro struttura flessibile che, al contrario delle grandi imprese, le rende in grado di adattarsi rapidamente ai mutamenti e alle opportunità di autoimpiego che sono in grado di garantire in momenti di crisi occupazionale. Nel secondo, le ridotte dimensioni divengono un limite nel momento in cui rendono difficile l’accesso al credito, non forniscono adeguate posizioni professionali, non favoriscono il ricambio generazionale, l’internazionalizzazione e gli investimenti in ricerca e sviluppo.

In quest’ambito, il “saper fare” di cui le Pmi sono depositarie costituisce una risorsa che rischia di andare dispersa a causa dell’impossibilità di operare un salto dimensionale che le metta in grado di proiettarsi in uno scenario più vasto. Il saper fare infatti, come sottolinea Sennett, non ha un carattere esclusivo e deve essere condiviso attraverso la sua trasmissione da una generazione all’altra, mantenendo così vivo il legame con il territorio e le comunità di riferimento, attualmente messo in crisi dal fenomeno della delocalizzazione produttiva. La formazione, la creazione di reti, il sostegno agli investimenti in ricerca non sono che alcuni degli strumenti per la salvaguardia del “saper fare”.

Da questo punto di vista, non si tratta tanto di quantificare il “potenziale delle imprese”, quanto di riconoscere la dimensione dell’economico, nell’insieme dei rapporti sociali e difficilmente distinguibile da essi. L’economia contemporanea, attraverso l’artificio del mercato, ha fatto dell’agire economico un’astrazione, dimenticando tra l’altro che nello svolgere bene il proprio lavoro si acquisisce una sorta di valore aggiunto non quantificabile in termini economici, ma che chiama in causa la qualità della vita dell’intero corpo sociale e, perché no, la felicità.

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Notizie da Unione Europea – Tutti si muovono ! Noi ? ? . . . . . .

Trento, 77% imprese usa iperammortamento

Emerge dall’Opinion Panel della Fondazione Nord Est

Fonte Redazione ANSA MILANO

21 luglio 201721:00
ANSA) – MILANO, 21 LUG – Un terzo delle imprese trentine ha già approfittato degli incentivi previsti dal piano del governo Industria 4.0 o intende farlo entro la scadenza. È quanto emerge dall’Opinion Panel condotto in queste settimane dalla Fondazione Nord Est e sottolineato oggi dalla Confindustria di Trento. L’indagine è stata realizzata su un campione di 619 imprenditori, rappresentativo del tessuto economico delle tre regioni, stratificato per regione, dimensioni e settore. La grande maggioranza delle aziende trentine interessate agli incentivi predilige il sostegno dell’iperammortamento (77,8%); vengono a seguire il Credito d’Imposta per ricerca e sviluppo (44,4%) e il Patent Box (11,1%). In tutti i tre i casi si tratta del dato piu’ alto dell’intero Nordest.(ANSA).

Ue, Industria 4.0 tappa fondamentale ma restano criticità

Bene Scuola digitale su competenze giovani ma rischi efficacia

Fonte Redazione ANSA BRUXELLES

05 giugno 201711:21
ANSA) – BRUXELLES, 10 MAG – Le strategie per ‘digitalizzare’ l’Italia, fanalino di coda dell’Ue, dal ‘Piano industria 4.0′ a alla ‘Scuola digitale’ vanno nella “direzione giusta” ma restano diversi “punti critici” legati all’efficacia, alla sistematicità e alle scarse risorse disponibili. Le iniziative politiche “intraprese nel corso del 2015-2016″, quindi, “iniziano a dare frutti”. E’ quanto emerge dalla relazione annuale della Commissione Ue sui progressi nel settore digitale in Europa (Edpr), che fa seguito alla pubblicazione a marzo dell’indice digitale (Desi), che ha confermato, nonostante alcuni miglioramenti, l’Italia al 25esimo posto tra i 28 per livello di digitalizzazione. “Il piano italiano Industria 4.0 è una tappa fondamentale verso il raggiungimento dell’obiettivo rappresentato dalla progressione del settore industriale italiano nella catena globale del valore, restano tuttavia alcuni punti critici”, si legge nel rapporto di Bruxelles.(ANSA).

Industria: Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica

Katainen,’specializzazione intelligente’ cambia la coesione Ue

Fonte Redazione ANSA

24 luglio 201719:16
Industria: Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica (foto: Ansa)
Industria: Ue aiuta Regioni nella transizione tecnologica

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“Ricerca” agirare gli ostacoli !

Perché abbiamo la tendenza a considerare i problemi come ostacoli piuttosto che sfide?

In realtà, si tratta di una visione che ci ha trasmesso la società occidentale, una società che promuove i valori competitivi e individualistici, che si concentra sul raggiungimento degli obiettivi personali, a dispetto del gruppo e degli interessi e delle necessità altrui. Pertanto, tutto intorno a noi è progettato per farci perseguire degli obiettivi specifici e assumere che tutto ciò che si mette in mezzo, sono ostacoli.
Tuttavia, quando smettiamo di considerare la vita come una mera conquista di obiettivi e cominciamo a comprenderla come un cammino, i problemi non saranno più semplici ostacoli, ma delle opportunità di crescita. Quando non abbiamo più l’ossessione di dover arrivare quanto prima ad un punto determinato, ma abbiamo l’intenzione di goderci il viaggio e approfittarne al massimo, i problemi assumono un’altra dimensione, diventano opportunità.
In questo senso, la visione degli imprenditori cinesi è particolarmente illuminante. Queste persone non hanno paura della concorrenza, al contrario, credono che sia sana e utile. Non considerano nessun altro imprenditore come un ostacolo per la propria attività, ma come un’opportunità per migliorare i loro affari; la concorrenza diventa un incentivo per il cambiamento e, se le vendite calano, non incolpano gli altri, ma si chiedono cosa possono fare per invertire questo effetto e tornare a crescere.
I problemi: Una sfida da superare

Pensare ai problemi in termini di sfida non è solo un cambiamento di termini. Sostituire “risolvere” per “superare” non è solo una trasformazione a livello di linguaggio, ma implica un livello molto più profondo di cambiamento di atteggiamento e visione del mondo.
In realtà, le persone che coltivano la resilienza, che sanno affrontare le avversità e uscirne rafforzati, non sono le più forti o le meglio preparate, ma quelle che affrontano i problemi come fossero delle sfide, convinte che la situazione permetterà loro di crescere.
Queste persone non cercano disperatamente di tornare alla loro vecchia zona di comfort, ma quando finalmente riescono a superare il problema, crescono. Così, la zona di comfort in cui si sentono a proprio agio, diventa sempre più grande e saranno meno le cose che gli faranno male o che le faranno sentire a disagio.
In uno studio realizzato presso il Boston College, sono state reclutate un certo numero di persone e si è chiesto loro di preparare un discorso. Gli era stato detto che sarebbero stati valutati per le loro prestazioni e la tensione generata. Nel frattempo, si monitoravano le loro funzioni vitali. Il dato interessante è che ad alcune persone l’attività venne presentata come una sfida, in una luce positiva, mentre agli altri come un problema.
Gli psicologi riscontrarono che presentare le situazioni stressanti come delle sfide non solo migliorava la performance finale dei partecipanti, ma permetteva anche loro di controllare meglio lo stress. In loro, gli indicatori come la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, tornavano rapidamente alla norma, mentre che nel gruppo che considerava l’attività come un problema, questi indicatori restavano ben oltre i limiti normali.
Così, superare un problema significa non solo risolverlo, ma anche imparare la lezione. Non si tratta semplicemente di voltare pagina, ma integrarla nella nostra storia, dare un senso a ciò che è accaduto e incorporarlo nella nostra esperienza di vita. In questo modo ci arricchiamo come persone. Pertanto, è meno probabile che torneremo a inciampare due volte nella stessa pietra, perché abbiamo acquisito un quadro molto più completo della situazione e, quindi, dei fattori che ci hanno condotto ad essa.
Perché è così importante il cambiamento di prospettiva?

I problemi non sono fattori esterni, ma dicono sempre qualcosa di noi, i problemi non esistono al di fuori di ciò che siamo. Infatti, ciò che in alcune fasi della vita ci può sembrare un problema di proporzioni gigantesche, perché non abbiamo le risorse psicologiche per affrontarlo, in futuro si può trasformare addirittura in una situazione che ci fa sorridere.
Pertanto, i problemi non sono in realtà un ostacolo esterno, ma l’espressione di una qualche paura, insicurezza, mancanza o un di un proprio limite. Da questo punto di vista, il problema non è una pietra che possiamo togliere facilmente dal sentiero senza tornare a pensarci, ma è un segnale che ci avverte di un deficit molto più profondo e, quindi, un’opportunità di trasformarci in persone più forti.
Fonte:

Tugade, M. N. & Fredrickson, B. L. (2004) Resilient individuals use positive emotions to bounce back from negative emotional experiences. Journal of Personality and Social Psychology; 86(2): 320-333.

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Politica – dell’istruzione – dell’educazione – del sapere –

Chi viaggia per il mondo si accorge di quanto la natura umana sia dovunque la stessa, cosi in India come in America, cosí in Europa come in Australia. Questo è specialmente vero nel settore delle scuole superiori e delle Università.

Andiamo producendo, quasi usassimo uno stesso stampo, un tipo di essere umano il cui interesse preminente è di trovare la sicurezza, di diventare un personaggio importante, o di passarsela bene con il minimo possibile di pensieri. L’educazione convenzionale rende estremamente difficile pensare con spirito d’indipendenza. Il conformismo conduce alla mediocrità. Essere differente dal gruppo o resistere all’ambiente non è facile ed è spesso rischioso, se ciò che idoleggiamo è il successo.

Risultati immagini per vignette sulla riproduzione umana

Il desiderio di successo, cioè la ricerca di una ricompensa nella sfera materiale o in quella cosiddetta spirituale, l’aspirazione alla sicurezza interiore o esteriore, l’amore delle comodità, tutto ciò soffoca lo scontento, mette fine alla spontaneità e genera paura.

La paura blocca l’intelligente comprensione della vita. Col crescere dell’età, s’instaura in noi la pigrizia della mente e del cuore. Nella ricerca della comodità ciò che generalmente troviamo è un quieto angolo di vita dove c’è un minimo di conflitti, e noi allora diventiamo timorosi di uscire da quel rifugio. Questa paura della vita, questa paura della lotta e dell’esperienza nuova, uccide in noi lo spirito d’avventura; il modo in cui siamo stati allevati ed educati ci ha resi timorosi di essere differenti dal nostro vicino, paurosi di pensare in modo contrario ai modelli fissati nella nostra società, falsamente rispettosi dell’autorità e della tradizione.

Sono in pochi capaci di  un serio impegno, desiderosi di esaminare i nostri problemi umani senza pregiudizi di destra o di sinistra; ma la gran maggioranza di noi non possiede nessuno spirito di scontentezza, di rivolta. Cediamo senza accorgercene alle pressioni dell’ambiente, quello spirito di rivolta che possiamo aver nutrito è subito spento, e le nostre responsabilità ne fanno dileguare presto ogni traccia.

La rivolta è di due specie: c’è la rivolta violenta, che è mera reazione, senza intendimento, contro l’ordine esistente; e c’è la profonda rivolta psicologica della intelligenza. Vi sono molti che si rivoltano contro le ortodossie stabilite solo per cadere in nuove ortodossie, per abbandonarsi ad ulteriori illusioni e per indulgere ancora segretamente a se stessi. Ciò che generalmente accade è che noi rompiamo con un gruppo di ideali per abbracciarne altre, creando caos un nuovo modello di pensiero contro cui dovremo ancora rivoltarci.

La reazione genera solo opposizione e la riforma esige ulteriore riforma. Ma c’è una rivolta intelligente che non è reazione, è il frutto della conoscenza di sé per raggiungere tramite la consapevolezza del proprio pensiero e del proprio sentimento. Essa si produce soltanto quando affrontiamo l’esperienza com’è e non rifuggiamo dal tenere acutamente sveglia l’intelligenza: l’intelligenza acutamente sveglia è intuizione, che è la sola vera guida nella vita.

Ora, qual è il significato della vita ? Per cosa viviamo e lottiamo ? Se il fine per cui veniamo educati è solamente quello di distinguerci, di procurarci un migliore impiego, di riuscire piú efficienti, di conseguire un piú ampio dominio sugli altri, allora le nostre vite saranno superficiali e vuote.

Se veniamo educati soltanto per divenire scienziati, o specialisti votati alla pura conoscenza, allora finiremo col contribuire alla distruzione e alla miseria del mondo.

Se esiste un significato della vita piú alto e piú vasto, a che vale la nostra educazione se non giungiamo mai a scoprirlo ? Possiamo aver ricevuto la piú squisita educazione, ma se non v’è in noi una profonda integrazione di pensiero e sentimento, le nostre vite sono incomplete, contraddittorie e agitate da molti timori; e finché l’educazione non coltiva una visione integrata della vita, essa ha certo assai scarso significato.

Nel presente abbiamo diviso la vita in così numerosi compartimenti separati che l’educazione ha ben poco senso fuori dal semplice apprendimento di una particolare tecnica o professione.

Anziché svegliare l’intelligenza integrata dell’individuo, l’educazione lo incoraggia a conformarsi a un modello ed ostacola cosí la sua comprensione di se medesimo come processo totale. Il tentativo di risolvere i molti problemi dell’esistenza ai loro rispettivi livelli, isolati come sono in categorie diverse, indica una decisa mancanza di comprensione.

L’individuo è fatto di entità diverse, ma accentuare le differenze e incoraggiare lo sviluppo di tipi definiti ci avvolge in complicazioni e contraddizioni. L’educazione dovrebbe realizzare l’integrazione di queste entità separate: infatti, senza integrazione, la vita diventa una serie di conflitti e di dolori. Che valore ha l’abilità acquisita da un avvocato se serve a perpetuare la litigiosità ? Che valore ha la conoscenza che ci mantiene in uno stato di confusione ? Che significato hanno le capacità tecniche e industriali se le impieghiamo a distruggerci a vicenda? A che serve la nostra esistenza se porta alla violenza ed alla desolazione? Pur potendo avere danaro o la capacità di guadagnarlo, pur potendo avere le nostre gioie e le nostre religioni organizzate, noi siamo in perpetuo conflitto.

Dobbiamo distinguere fra il personale e l’individuale. Il personale è l’accidentale, e per accidentale intendiamo le circostanze della nascita, l’ambiente in cui ci siamo trovati a venir allevati, con il suo nazionalismo, le sue superstizioni, le sue distinzioni di classe ed i suoi pregiudizi.

Il personale o accidentale è soltanto momentaneo, sebbene si tratti di un momento che può durare la vita intera. E poiché il presente sistema di educazione è basato sul personale, sull’accidentale, sul momentaneo, esso conduce a pervertire il pensiero e a inculcare paure autodifensive. Tutti noi siamo stati avviati dall’educazione e dall’ambiente a cercare il guadagno personale e la sicurezza, ed a combattere per noi stessi.

A dispetto delle piacevoli frasi con cui lo mascheriamo, il sistema entro il quale siamo stati educati ad esercitare le nostre svariate professioni è fondato sullo sfruttamento e su paure inculcate. Un siffatto tirocinio deve inevitabilmente comportare confusione e miseria per noi stessi e per il mondo, giacché, crea in ciascun individuo quelle barriere psicologiche che lo separano e lo mantengono isolato dagli altri.

L’educazione non è soltanto questione di allenamento mentale. Allenare la mente dà efficienza, ma non completezza. Una mente soltanto esercitata è la continuazione del passato, e non può mai scoprire il nuovo. E » per questo che, per trovare che cosa sia la retta educazione, noi dovremo indagare quale sia l’intero significato della vita. Per gran parte di noi, il significato della vita come un tutto non è cosa di importanza primaria, e la nostra educazione accentua valori secondari, limitandosi a farci progredire in qualche branca della conoscenza.

Sebbene conoscenza ed efficienza siano necessarie, dar loro la preminenza produce solo conflitto e confusione. Esiste un’efficienza ispirata dall’amore che giunge ben piú lontano ed è ben piú grande dell’efficienza dell’ambizione; e senza l’amore che reca una comprensione integrata della vita, l’efficienza produce brutalità. Non è forse questo che avviene ora in tutto il mondo? La nostra presente educazione si innesta sull’industrializzazione e la guerra, avendo per scopo principale lo sviluppo dell’efficienza; e noi siamo afferrati in questo ingranaggio di competizione spietata e di distruzione reciproca.

Se l’educazione porta alla guerra, se essa ci insegna a distruggere o essere distrutti, il suo fallimento non è completo? Per realizzare la retta educazione, dobbiamo ovviamente comprendere il significato della vita nella sua interezza, e a questo scopo dobbiamo esser capaci di pensare non con rigore logico, ma con franchezza e verità.

Con noi Libertà totale di essere se stessi.”

Da soli non ci si salva !!  

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cerchiamo di iniziare a fare un percorso di gruppo

Dobbiamo scontrarci con un ambiente sempre più instabile. Ne consegue che l’assetto organizzativo necessita di continue modifiche per adattarsi alle spinte esterne, per questo la tendenza a costruire strutture molto flessibili non può trascurare qualità nelle risorse impiegate.

Un’ottima soluzione che risponde a queste esigenze è la divisione del lavoro in team.

Il gruppo di lavoro è un elemento essenziale per favorire il business, sia che si tratti di avviare una startup, che di lavorare in una grande o piccola azienda, perché costituisce un’importante forma di organizzazione dei compiti e dei ruoli e aiuta ad individuare obiettivi e metodi per raggiungerli.

L’essenza di ogni organizzazione (anche politica) è quella di unire le proprie forze per raggiungere un obiettivo comune, che però non sempre si traduce in un lavoro di squadra. Spesso ci si ritrova a lavorare si in un ambiente unico, ma ognuno percorre la propria strada da solo per diversi motivi. Lavorare in gruppo significa seguire invece un percorso insieme nel gruppo non prevalgono le capacità del singolo, poiché ognuna di esse deve trovate il modo di convergere in una nuova entità, appunto il team, che ha uno spirito tutto suo. Il potenziale del team non è dato dalla somma delle caratteristiche dei singoli componenti, ma è l’unione stessa per lavorare ad un intento comune, con una mentalità comune, verso un obiettivo comune, costruendo e favorendo una strategia comune che crea il valore aggiunto, che potremmo identificare come la forza del gruppo di lavoro.

Lavorare in gruppo non è sempre facile. Siamo abituati a considerare l’uomo un essere “sociale”, ma non è detto che il meglio di ognuno di noi si esprima secondo le stesse dinamiche relazioni. Anche se può sembrare strano, nella realtà si riscontrano spesso forti caratteri individualisti, che costituiscono la virtù delle persone che ne sono dotate, le stesse che però faticano molto a lavorare sincronicamente con le altre o accettare di non dover competere con chiunque.

E’ necessario, quindi, dotarsi di una strategia di selezione e di formazione adeguate che consentano di educare alle dinamiche di gruppo, senza ignorare le premesse che abbiamo appena fatto.

Nei grandi gruppi -e non solo- sono state introdotte attività para-lavorative con lo scopo di favorire le relazioni tra i dipendenti. Attraverso l’aiuto di formatori professionisti si ritiene possibile aiutare i fenomeni di aggregazione che non nascono sempre spontaneamente, ma che sono indispensabili per un buon gruppo di lavoro, quindi occorre eventualmente stimolarli.

Per esempio, il team building comprende attività di qualsiasi tipo sulla scorta di queste considerazioni e organizza giochi di simulazione, rompicapi di logica o qualsiasi altro esercizio che costringe i partecipanti a cercare soluzioni efficaci nel minor tempo possibile, quindi lavorando insieme in maniera metodica.

Vi aspettavate di leggere una serie di regole sulla composizione del team ideale?
È impossibile scriverle, perchè ogni idea, ogni organizzazione, ogni attività ma soprattutto ogni obiettivo, ha bisogno di competenze diverse..

Non esistendo idee uguali alle altre, persone che pensano a quelle idee allo stesso modo, tendenze ed esperienze uguali, ogni organizzazione che intende raggiungere efficacemente gli obiettivi, si impegna a ricercare persone con abilità molto diverse tra loro, capaci di diversificare e completare il gruppo, capaci quindi sia di competere che di cooperare con gli altri.

Da soli non ci si salva !!  

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coinvolgimento giovani ed istituzioni per uno stato di diritto

Per contrastare tale pervasivo momento e fuorviante influenza, è indispensabile il coinvolgimento delle forze sane della società e, in specie, delle giovani generazioni affinchè acquisiscano piena consapevolezza dell’assoluta necessità di contrastare ogni forma di condizionamento, di subdola insinuazione e di aperta sopraffazione,  «L’esempio di dirittura morale e di impegno coraggioso fino all’estremo sacrificio di Giovanni Falcone è stato e continua a essere fondamentale stimolo a resistere alle intimidazioni della mafia e a diffondere una rinnovata fiducia nello stato di diritto»,

Siate esigenti, intransigenti, non solo con chi vi sta attorno ma anche con le istituzioni e chi li rappresenta. C’è sempre un percorso di sacrificio che non deve dare alibi. Lì dove arretrano la scuola – la famiglia, dove si indeboliscono le imprese e il lavoro -  si crea un vuoto dove il malaffare e le prevaricazioni si annidano.

Prevenire ( è meglio che curare !!!) soprattutto la corruzione che è la principale fonte di cedimento ed istradamento verso il malaffare.

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Annuncio start to be

Startup: via alla seconda edizione del bando “Start To Be Circular”

Sostenibilità, riciclo e innovazione i concetti su cui puntare per vincere. Ci si può candidare fino al 3 novembre 2017

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03 luglio 2017

Il nuovo bando “Start to Be Circular” (#Start2BeCircular) è promosso da Fondazione Bracco, Fondazione Giuseppina Mai di Confindustria e Banca Prossima, con il supporto di Comune di Milano, Speed Mi Up, Fondazione Accenture e Federchimica ed ha l’obiettivo di promuovere la transizione verso una crescita sostenibile attraverso iniziative imprenditoriali innovative che impattino su importanti fasi del ciclo economico-produttivo, contribuendo a ridisegnare così il rapporto tra business e ambiente. Il bando vuole favorire anche l’imprenditorialità tra i giovani, nella convinzione che, per costruire un futuro sostenibile, due assi portanti siano appunto l’imprenditorialità giovanile e un’economia sempre più circolare.

Il bando si rivolge a startup già iscritte al Registro delle Imprese, oppure team di persone fisiche che intendono costituire entro 4 mesi dalla data di conclusione del Bando una startup in Italia, anche se residenti all’estero o di nazionalità straniera. Le due startup più innovative, solide e internazionali vinceranno un premio complessivo di 10.000 euro a cui si aggiunge per le prime tre classificate un percorso di incubazione presso Speed Mi Up, l’incubatore dell’Università Bocconi, di Camera di Commercio di Milano e del Comune di Milano, oltre a possibili finanziamenti, per un valore massimo complessivo di 130.000 euro.

“Start to be Circular” si inserisce nell’ambito del Progetto Diventerò, un’iniziativa pluriennale di Fondazione Bracco per accompagnare i giovani di talento nel loro iter formativo e professionale, promuovendo percorsi innovativi di consolidamento del legame tra il mondo accademico e quello del lavoro.

Le domande possono essere presentate fino al giorno 3 novembre 2017 seguendo le istruzioni indicate nel bando.

Info e bando

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Progetto Diventerò: in 5 anni sostenuti 235 giovani di talento

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Giovani idee per dare all’Italia un futuro sostenibile

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Talenti Inauditi: il Work Design di PianoC e Cariplo Factory

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Napoli: un’altra finestra di opportunità per l’occupazione giovanile e femminile dopo Garanzia Giovani

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La Fondazione Agnelli compie 50 anni

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Work in Class: soluzioni innovative per la scuola
Notizie elargite a mero scopo d’informazione e sensibilizzazione sociale volontaria.

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