Ideali e azioni per la collettività

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Questo blog ha la funzione di portare all’attenzione di tutti coloro che vogliono spendersi per una Capo d’Orlando più libera, vivibile e all’insegna del pluralismo, fatti azioni e proposte concrete per far si che questa terra possa sfruttare al meglio tutte le potenzialità che una natura generosa gli ha riservato.

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Investire nel Patrimonio Culturale Italiano. . .

L’Italia possiede il più grande patrimonio culturale a livello mondiale, oltre il 70% dei tesori del mondo in appena 301.338 km². Quasi 5.000 musei, 6.000 aree archeologiche grandi e piccole, 85.000 chiese soggette a tutela e 40.000 dimore storiche censite. Tutto diviso tra proprietà pubbliche, private e miste. Le regioni con più strutture museali (29% del totale) sono Toscana (528), Emilia-Romagna (482) e Lombardia (409). Nel Mezzogiorno si concentra invece oltre la metà delle aree archeologiche (50,8%), il 30,7% si trova in Sicilia e Sardegna. A Roma e Firenze si contano quasi 200 tra musei, aree e monumenti. Un patrimonio inestimabile e irripetibile.

Abbiamo coscienza di tutto questo? Sappiamo dare al nostro Patrimonio il giusto valore?

PERCHÉ È IMPORTANTE

Negli ultimi dieci anni, purtroppo, non si è fatto molto. Significativa la riforma voluta da Dario Franceschini. La riforma Franceschini ha però dato “respiro” a pochi (a mio avviso troppo pochi) musei pubblici. Ha naturalmente fatto anche altro: ha lanciato l’Art Bonus (ottima idea, ma è solo a sostegno degli Enti Pubblici) e ha creato una direzione generale “Direzione Generale Creatività Contemporanea” che svolge le funzioni e i compiti relativi alla promozione e al sostegno dell’arte e dell’architettura contemporanee, inclusa la fotografia e la video-arte, il design e la moda. 

Con la riforma Franceschini si è finalmente iniziato a parlare di fundraising. Ricerca, nuovi allestimenti, manutenzione ordinaria e straordinaria, organizzazione di mostre, innovazione: i fondi servono e ne servono tanti, proprio perché il nostro patrimonio culturale è infinito. Dove prenderli? 

L’ITALIA NON INVESTE NELLA CULTURA

Secondo Federculture, in Italia non spendiamo molto per la cultura: siamo quartultimi in Europa (0,8%) in rapporto al Pil e terzultimi (1,7%) in rapporto alla spesa pubblica totale.  Comuni, Province e Regioni nel 2008 hanno speso circa 6 miliardi e 550 milioni di euro, diventati 5 miliardi e 849 milioni nel 2017. 

Quando mancano o diminuiscono i fondi pubblici, devono necessariamente intervenire i privati.

SERVE IL FUNDRAISING

Lo Stato e gli Enti Pubblici devono fare la loro parte, ma a questi si devono unire anche i cittadini e le aziende. Gli Enti pubblici e privati devono iniziare a fare regolarmente fundraising e non raccolta sporadica di fondi. Devono trovare e fidelizzare i propri sostenitori tra i tanti turisti, italiani e stranieri, che ogni anno ammirano le nostre meraviglie. Devono utilizzare tutti gli strumenti e le tecniche di fundraising e non puntare solo alle sponsorizzazioni perché le aziende hanno voglia di sentirsi parte del cambiamento e non meri firmatari di assegni. C’è molto da lavorare ma i risultati non tarderanno ad arrivare.

In Italia ci sono musei e aree archeologiche che usano il fundraising con ottimi risultati. Purtroppo, sono ancora troppo pochi. Basterebbe scorrere le liste del 5×1000 a sostegno della cultura per rendersene conto. Ci sono strutture con quasi un milione di visitatori che ricevono meno di dieci 5×1000 annualmente. Questo non accadrebbe mai in un’organizzazione non profit. 

Per approfondire l’argomento: “Fundraising e marketing per i musei” oppure “L’inestimabile valore: marketing e fundraising per il patrimonio culturale” di Gabriele Granato e Raffaele Picilli, Rubbettino Editore.

FONTE: COMPETERE scritto da Raffaele Picilli

Lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Beni comuni e amministrazione condivisa • Il punto di Labsus Draghi, i cittadini e la fiducia . . .

Caro Presidente Draghi,
commentando nel 2009 sull’Osservatore Romano l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, appena promulgata, Lei scriveva che «La crisi attuale conferma la necessità di un rapporto fra etica ed economia, mostra la fragilità di un modello prono a eccessi che ne hanno determinato il fallimento. Un modello in cui gli operatori considerano lecita ogni mossa, in cui si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui divengono comuni gravi malversazioni, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede dei regolati, in cui i compensi degli alti dirigenti d’impresa sono ai più eticamente intollerabili, non può essere un modello per la crescita del mondo». Di più, Lei scriveva anche che «uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l’etica» e che dunque «è necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie».
Quando Lei scrisse queste parole era Governatore della Banca d’Italia. Alcuni decenni prima, negli anni Sessanta del secolo scorso, un Suo predecessore nella stessa carica, Guido Carli, aveva affermato che: «La fiducia è il primo bene pubblico che i governanti dovrebbero preoccuparsi di produrre». Noi di Labsus diremmo “il primo bene comune”, ma il concetto è chiaro, la fiducia è un bene comune immateriale che tutti, non soltanto i governanti, dovremmo preoccuparci di produrre e di cui dovremmo prenderci cura, perché una società non può vivere e men che meno prosperare se non c’è fiducia fra i cittadini e fra questi ultimi e le istituzioni.
Ma, come recitava uno slogan degli anni Cinquanta del secolo scorso, “La fiducia nasce dall’esperienza”. E l’esperienza di noi Italiani nei confronti delle istituzioni, nel corso dei secoli, non è stata purtroppo tale da alimentare molta fiducia reciproca. Si tratta dunque oggi di recuperare decenni di esperienze negative, dimostrando con i fatti che ci possiamo fidare gli uni degli altri e, tutti insieme, ci possiamo fidare dei nostri governanti.

I patti come incubatori di fiducia

Ma chi comincia a fidarsi? La fiducia è circolare, nel senso che se si dà fiducia di solito si ottiene di ritorno altrettanta fiducia. Non sempre, naturalmente, perché ci sono anche quelli pronti ad approfittarsi della fiducia altrui. Questo significa che qualcuno deve prendere il rischio di cominciare a fidarsi, senza sapere se otterrà in cambio fiducia o una fregatura. Poiché non tutti sono disposti a correre questo tipo di rischi, si capisce perché in giro ci sia così tanta diffidenza reciproca.
È però in corso in Italia da alcuni anni un’esperienza riguardante decine di migliaia di persone in cui si produce fiducia senza che qualcuno debba rischiare per avviare il meccanismo di affidamento reciproco. Si tratta dei Patti di collaborazione, lo strumento con cui cittadini e amministrazioni condividono responsabilità e risorse per la soluzione di problemi di interesse generale, attraverso attività di cura dei beni comuni materiali e immateriali.
I Patti sono “luoghi virtuali” in cui si incontrano cittadini, associazioni, gruppi informali e amministrazioni, tutti con il medesimo obiettivo, la cura di un bene comune. Di solito l’iniziativa di dare vita ad un patto di collaborazione la prendono i cittadini, quindi in teoria sono loro che “rischiano” dando fiducia all’amministrazione. In realtà non rischiano nulla, perché l’amministrazione cui si rivolgono per stipulare un Patto, avendo adottato il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, è per definizione interessata alla collaborazione con i cittadini e quindi non lascerà cadere la proposta dei cittadini di stipulare un patto per la cura di un bene comune del territorio.
I Patti sono quindi dal punto di vista della produzione di fiducia dei “luoghi” sicuri, dove nessuno dei soggetti coinvolti, privati e pubblici, deve avere remore a fidarsi degli altri. È in questo senso che si può dire che i Patti di collaborazione sono degli “incubatori” di fiducia, nel senso letterale del verbo “incubare” perché, se è vero che la fiducia nasce dall’esperienza, è proprio all’interno dei patti che si fanno quelle esperienze positive da cui nasce la fiducia fra i cittadini e fra i cittadini e le amministrazioni.
Ma la fiducia è contagiosa, pertanto se le persone imparano, collaborando all’interno dei patti, che ci si può fidare gli uni degli altri poi tenderanno a comportarsi di conseguenza anche negli altri rapporti sociali, con effetti positivi a cascata sull’intera società.
E dunque, caro Presidente, tornando a ciò che Lei scriveva sull’Osservatore Romano nel 2009 ed a ciò che diceva Guido Carli, se è vero che “La fiducia è il primo bene pubblico che i governanti dovrebbero preoccuparsi di produrre”, sappia che, se vuole avvalersene, c’è uno strumento per produrre fiducia e coesione sociale efficiente, economico e collaudato in migliaia di casi, anzi di Patti. Basta che Lei, per primo, dia fiducia ai cittadini, riconoscendo che le persone sono portatrici non soltanto di bisogni, ma anche di capacità. E che, se adeguatamente sollecitate, le persone sono disposte a mettere queste capacità a disposizione della comunità, per vivere meglio tutti. Glielo possiamo confermare, perché lo vediamo succedere in tutta Italia, ogni giorno, da anni.

Ripartire dai cittadini, con i cittadini

Lei inizia in questi giorni il suo servizio alla guida di un Paese stanco, impaurito, incerto sul proprio futuro. Un Paese in cui sembra essersi perso il significato stesso di interesse generale, inteso come vincolo all’agire sia collettivo, sia individuale in nome del bene comune.
Le speranze di milioni di persone sono riposte in Lei e sulle Sue spalle grava un peso enorme, che tuttavia potrebbe essere meno gravoso se condiviso non soltanto con il Presidente della Repubblica e con i ministri del Suo governo, ma anche con i Suoi concittadini.
Siamo infatti noi cittadini le truppe sussidiarie, quelle da chiamare in campo quando lo scontro volge al peggio, perché noi siamo portatori di competenze che potrebbero dare un contributo prezioso alla rinascita di un Paese stanco e sfiduciato. Per questo ci permettiamo di suggerirLe, caro Presidente, di fare affidamento su noi cittadini per far ripartire l’Italia. Nelle nostre comunità ci sono riserve immense di solidarietà, intelligenza, fantasia, competenze e voglia di fare, che aspettano solo di essere mobilitate in nome dell’interesse generale da una figura autorevole come la Sua.
Oggi è possibile “ripartire dai cittadini, con i cittadini“, fondando sulla sussidiarietà una nuova alleanza fra istituzioni e cittadini contro la crisi. Un nuovo patto, come il new deal che Roosevelt propose all’America in un momento per gli Stati Uniti altrettanto drammatico.
Siamo sicuri che se Lei si rivolgesse agli italiani rivolgendo loro un’esplicita “chiamata” alla cittadinanza attiva, così come una volta si chiamavano i cittadini alle armi per difendere il paese da un’aggressione, la risposta sarebbe entusiasmante, superiore ad ogni aspettativa.
Se infatti Lei chiamasse migliaia di cittadini, in tutta Italia, a mobilitarsi per realizzare l’interesse generale prendendosi cura dei beni comuni insieme con le pubbliche amministrazioni, l’effetto complessivo sarebbe straordinario, sia in termini di miglioramento della qualità della vita di tutti, sia per l’aumento della fiducia e della coesione sociale che deriverebbe dalla realizzazione di migliaia di patti di collaborazione. Sarebbe come un’iniezione di ricostituente per un organismo debilitato, perché una società con una forte presenza di cittadini attivi è una società in cui tutti vivono meglio ma è anche una società più competitiva.

FONTE : LABSUS scritto da Gregorio Arena 16 Febbraio 2021

Lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dellesperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

il ruolo delle politiche pubbliche . . .

Si parla molto di politiche attive del lavoro, ma, oltre alla scarsa reattività della politica, le proposte che circolano rimangono molto generiche.

Il settore pubblico potrebbe qui giocare un ruolo di grande rilievo, anche se molti commentatori liberali potrebbero non essere d’accordo. Precisiamo che non si tratta di invadere il campo dei privati, bensì di giocare di squadra e supportarsi a vicenda:

  • Lo Stato ha il primario compito di rivedere le politiche educative, integrando la didattica e le conoscenze di base con quelle applicate;
  • Le politiche attive del lavoro devono essere segmentate in base alle necessità delle fasce anagrafiche della popolazione. Le esigenze formative di un giovane (18-35 anni) sono diverse rispetto a quelle di un lavoratore considerato “obsoleto” e ad eventuale rischio automazione;
  • L’integrazione di nuove tecnologie va di pari passo con la disponibilità di infrastrutture digitali adeguate. L’Italia non ha ancora integrato a pieno le potenzialità dell’Industria 4.0 anche a causa della scarsa connettività e della carenza di manodopera qualificata;
  • Gli investimenti pubblici, in partnership con quelli privati, possono essere una soluzione efficace e accelerare il processo di trasferimento tecnologico e delle competenze tra le due sfere di azione. 
Non solo digitalizzazione e innovazione devono avere la priorità nella pianificazione degli investimenti pubblici (sia Recovery Fund sia strumenti come il Piano Transizione 4.0), anche lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 


Spunti per l’amministrazione . . . e sguardo al futuro per i ragazzi . . .

Sarebbe opportuno, per l’Amministrazione non perdere il contatto con le figure del territorio che hanno voglia di lavorare con impegno vero per il rafforzamento della rete civica e sociale del paese che, dimostrata essere un valido supporto non solo per i cittadini ma anche per le amministrazioni, soprattutto in periodi di emergenza come quello che stiamo attraversando. Se, chiaramente, molte attività previste dai Patti di collaborazione non possono più essere svolte in presenza a causa delle varie restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, si potrebbe comunque prevedere qualche attività da remoto, se possibile, o cercare di organizzare incontri nel limite del possibile per mantenere sempre viva una rete ed investire sempre di più sul prezioso capitale umano. Una eventuale riproposta di Patto che potrebbe essere inserita in un progetto più ampio per durata, ma anche in merito all’interesse generale della comunità di cui prendersi cura. Infatti, una maggiore stabilità delle risorse che in questi ultimi anni sono emerse potrebbe, se meglio strutturata, essere in grado di incidere maggiormente nella comunità, e magari iniziare a rispondere ad esigenze e necessità nuove che sono emerse con l’emergenza sanitaria. Le energie civiche così, insieme con le istituzioni pubbliche locali, potrebbero meglio collaborare ad un progetto di società che si cura a partire da beni comuni.
Per quanto riguarda il futuro dei Progetti invece, alla domanda: «Credete che questo blog sia utile a qualcosa?» Cambiare è una parola grande, non sappiamo se sia davvero cambiato, sappiamo però di aver dato un esempio diverso. E l’esempio non è cosa da poco, spesso è solamente il modo più efficace per dare avvio ad un cambiamento.

Una strada imboccata da oltre 8 anni. Poca partecipazione a percorrerla ! Tanti che scelgono percorsi alternativi e scorciatoie varie che non hanno portato mai a niente o quasi ! . . .tranne che creare strutture copia su copia . . . ! ! !

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, mettendo da parte l’ideologia egoistica prevaricante, offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Per disinnescare l’ideologia del NO

Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture. 
L’economia sarà ancora centrale nell’agenda politica globale e il piano NextGenerationEU sarà il punto di partenza per la costruzione dell’Europa nel nuovo sistema globale. Le risorse assegnate all’Italia per lo sviluppo delle infrastrutture e la crescita della digitalizzazione ammontano a 76,4 miliardi, pari ad un terzo delle risorse complessive.PERCHÉ È IMPORTANTE   Il capitolo degli interventi sulle infrastrutture include il potenziamento della rete ferroviaria, con l’obiettivo di portare l’Alta Velocità nel Sud Italia, e la messa in sicurezza delle infrastrutture a rischio. Fondamentale, poi, puntare sull’intermodalità tra le aree di interesse economico, in particolare porti e ferrovie, senza la quale anche le tanto decantate Zone Economiche Speciali produrranno effetti risibili in termini di attrazione di investimenti.

IL FUTURO GREEN   A ben guardare, anche il tema della sostenibilità ambientale, che potrà beneficiare di 74,3 miliardi, e nel quale rientra anche la gestione dei rifiuti per colmare il gap impiantistico a livello regionale, avrà a che fare con la realizzazione di interventi che dovranno agevolare lo smaltimento e la crescita della produzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno. Le smart-grid saranno poi il motore della mobilità.

La transizione energetica, quindi, è molto più di un obbligo dovuto all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, ma un percorso stimolante che si alimenta grazie alla ricerca scientifica e all’avanzare delle tecnologie, e che consente di migliorare il rapporto tra la natura e l’uomo. In Italia, con il Piano energia e clima del 2019 ci si era avviati su questa strada, con obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione sostenuti da specifici piani per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, al fine di rendere le attività Oil & Gas compatibili con il generale processo di transizione, e introducendo una moratoria sulle attività di prospezione di idrocarburi, in attesa di verificare la fattibilità ambientale dei progetti. La pandemia ha cambiato di fatto tutto, anche se appare chiaro che solo utilizzando le risorse nazionali di idrocarburi si potrà realizzare una transizione intelligente.

LA SPINTA DIGITALE   Il 5G, la banda larga e i microprocessori sono poi le tecnologie su cui il governo vuole investire in modo prioritario. Gli ambiti di intervento principali previsti per l’area della digitalizzazione sono la PA, il miglioramento della competitività delle imprese e la Transizione 4.0. Due anni fa, alla vigilia dell’ingresso di Cdp in Telecom, con il presidente nazionale di Confassociazioni, Angelo Deiana, su Il Foglio abbiamo chiesto l’istituzione di un Ministero per la Digitalizzazione proprio sull’esempio della Germania e della Francia, le cui Casse Depositi investono da anni nelle infrastrutture digitali.

La Grosse Koalition di Angela Merkel aveva appena istituito un Ministero per gli Affari Digitali, attribuendogli tutti i poteri per gestire e coordinare le risorse previste nel Piano nazionale della digitalizzazione con cui il governo tedesco prevedeva di attrarre investimenti pubblici e privati per 100 miliardi di euro, con l’obiettivo di trasformare la Germania in una Gigabit society entro il 2025. La proposta voleva stimolare un percorso strutturato che avviasse anche in Italia la costruzione di un ecosistema positivo e dinamico di relazioni ed interconnessioni, attraverso un nuovo piano di sviluppo delle grandi opere infrastrutturali digitali con il relativo contributo degli eventuali concessionari.

INFRASTRUTTURE PER CRESCERE   In questi mesi tutti abbiamo capito che la digital trasformation sta impattando a livello globale assetti sociali, demografici, economici ed istituzionali. Le infrastrutture materiali e digitali, come è stato del resto riaffermato anche nel NextGenerationEU, giocano un ruolo decisivo per programmare la ripartenza del nostro Paese.

Sarà dunque fondamentale anche in Europa e in Italia ricominciare a investire, perché la competitività del mondo globale passerà sempre di più dalla capacità sviluppare le infrastrutture fisiche/digitali, velocizzando anche i processi amministrativi delle agevolazioni fiscali, dallo snellimento dell’iter autorizzativo e dalla individuazione di partner economici qualificati. Le infrastrutture svolgono un ruolo fondamentale per sostenere la mobilità dei cittadini e delle merci, sia a livello nazionale che europeo, in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente e sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita in moltissimi ambiti.

IL PATTO CENTRO-PERIFERIA   In Italia, però, sarà necessario puntare su un fattore che sarà decisivo per colmare il gap infrastrutturale dei territori italiani: la responsabilità e l’autorevolezza della politica. Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture.

Se non si riuscirà nella delicata operazione di detonare questa esasperata conflittualità, che da quasi trenta anni caratterizza in tutti i territori italiani il rapporto tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti (TAV e TAP sono solo gli esempi più eclatanti di centinaia di contestazioni sui territori e della cultura antindustriale che attraversa il Paese da Nord a Sud), l’Italia rischia di vanificare l’ultima grande buona occasione che viene dall’Europa.

VINCERE LA CULTURA DEL NO   Oggi il 13,9% dei Comuni italiani ha affermato la propria contrarietà al 5G e la gran parte di questi sono propri quei borghi che la retorica della rivincita del piccolo e del southworking vorrebbe invece farci credere che di colpo sono diventati i luoghi più belli del mondo, dove si può fare impresa e ci si può trasferire per lavorare e vivere (senza servizi e infrastrutture?). Bisogna rendersi conto, però, che la globalizzazione post Covid-19 promuoverà le filiere industriali di prossimità solo se saranno in grado di maturare e favorire servizi efficienti. E le infrastrutture, anche nella nuova logistica integrata che avrà nel Mediterraneo uno snodo essenziale nei traffici commerciali marittimi dopo il raddoppio del Canale di Suez, sono il principale strumento di sviluppo e crescita.

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, abbandonando per sempre l’ideologia del no e della decrescita, e offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.    

Fonte: Competere di Stefano Cianciotta

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di cittadini liberi e partner culturali.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Metodo Sperimentale e Coinvolgimento dei Cittadini ! . . .

Le profonde e rapide trasformazioni che hanno accompagnato il processo di globalizzazione e di digitalizzazione delle società hanno risolto molti problemi, però hanno trascurato e penalizzato tanti cittadini, invece di premiarli. Invece di includerli nei processi decisionali e nella soluzione dei problemi, hanno di fatto consentito alle classi dominanti di escluderli.
Per Socrate, progenitore del metodo scientifico, la frase “tanto tuonò che piovve” indica il verificarsi di qualcosa di prevedibile. Il prevedibile non si limita a quello che il conformismo vuol vedere rimuovendo i disagi anche psicologici. La frustrazione di chi ha assaltato il Campidoglio a Washington DC era prevedibile; la rabbia di chi imbratta e abbatte le statue del passato era prevedibile.Possiamo facilmente prevedere che se non si darà ascolto al malcontento dei cittadini (i tuoni), il rifiuto dello status quo rappresentato dalle grandi burocrazie e dall’establishment finanziario e mediatico sarà ancora più radicale (la pioggia e poi l’uragano). Non ci possiamo lamentare della pioggia se non ci curiamo dei tuoni.PERCHÉ È IMPORTANTE   Le profonde e rapide trasformazioni che hanno accompagnato il processo di globalizzazione e di digitalizzazione delle società hanno risolto molti problemi, però hanno sollevato altre questioni molto complesse penalizzando – in molti casi - tanti cittadini, invece di premiarli. Piuttosto che includerli nei processi decisionali e quindi nella soluzione dei problemi, hanno di fatto consentito alle classi dominanti di escluderli.

IL DOMINIO DELLE ÈLITE   La ragione non va cercata nella pulsione per il potere delle classi dominanti. Queste infatti, hanno ritenuto più agevole sfruttare la propria posizione di dominio intellettuale e finanziario per sbrigare la questione più velocemente, evitando di affrontare le complessità di un coinvolgimento più ampio dei cittadini. Sarebbe costato più fatica intellettuale e avrebbe preso molto più tempo.

Sarebbe stato anche difficile da raccontare con la narrazione evocativa e positiva tipica dei modelli antichi, religiosi ed ideologici. Le competenze esistenti nei mondi delle élite si sono trasformate nell’illusione presuntuosa di saper cosa fare senza bisogno dei cittadini. La disattenzione al cittadino ha dilagato nei governi e nei vertici burocratici. Continuò a tuonare e alla fine è scesa la pioggia. In molti Paesi dell’Occidente il rigetto verso il potere costituito da parte delle opinioni pubbliche, alle elezioni ha gonfiato i gruppi politici sovranisti e cosiddetti populisti. È avvenuto in poco tempo nei Paesi europei, negli Usa, in Inghilterra, in Italia. Si è materializzata la disaffezione alla democrazia liberale, valutata incapace di svolgere il proprio ruolo. Che è valorizzare scelte ed esigenze del cittadino, tramite l’aggiornare di continuo i meccanismi liberaldemocratici.

Di fatto le élite hanno tradito la liberaldemocrazia, confondendola con l’assenza di regole o meglio la presenza di regole (quelle delle èlite stesse) che favoriscono solo alcuni ed escludono gli altri.

POPULISMO E SOVRANISMO   Il richiamo al cambiamento e alla centralità del cittadino individuo dai parte dei sovranisti e populisti è però, purtroppo, ambiguo. Essi infatti, rifiutano la liberaldemocrazia, rifuggendola. Non comprendendo che è attraverso la società aperta che il cittadino riacquista il potere di autodeterminarsi. Il sovranismo compie il medesimo errore, preferendo all’élite dominante il ricorso all’uomo forte destinato a risolvere problemi complessi. Il populismo poi, specie l’italiano, vorrebbe cambiare ma pensa che per farlo basti evocare i cittadini, dichiarare uguali le diversità fisiologiche, smantellare la democrazia rappresentativa. Questi approcci, come quello elitario e burocratico, si sono dimostrati il primo disastroso, il secondo capace di bloccare il burocraticismo dei dominanti, ma non di costruire una società aperta.

CITTADINI CON METODO   I fatti e l’esperienza di questi anni e giorni dovrebbero spingerci al faticoso lavoro quotidiano di coinvolgere il cittadino nelle soluzioni che saranno lente e complesse. Richiederanno la pazienza di chi sa passare attraverso il fallimento che fa parte del metodo sperimentale della prova ed errore. Prendiamo però nota che così non si sta verificando. I social media e le aziende del digitale bloccano il presidente americano, tradendo il metodo liberale con argomenti che usano i termini del liberalismo ma che in realtà gli sono antitetici.L’assunto base del metodo liberale è la diversità di ognuno dei cittadini e disporre di regole adatte per consentire il libero conflitto tra le loro iniziative sulla scorta dei risultati.

CENSORI ILLIBERALIDiversità e conflitto presuppongono che ogni punto di vista venga liberamente espresso e sperimentato secondo le regole della libertà frutto delle scelte dei cittadini per mezzo della democrazia rappresentativa. Senza tale presupposto, non esiste l’istituzione liberaldemocratica. Non hanno alcuno spessore, né liberale né logico, le giustificazioni che danno i fautori della censura:

  1. Togliere i social a Trump protegge la libertà? Dire ciò mostra che si continua a non capire cosa sia la democrazia liberale. Non è una verità, è un metodo di libero confronto sui fatti seguendo le regole (Voltaire diceva, non condivido quello che dici ma difenderò con la mia vita il tuo diritto di dirlo). È un sistema per sperimentare se funziona una proposta sul come convivere tra individui diversi.
  2. Togliere i social a Trump sconfigge le tesi dell’estrema destra identitaria? Sostenere questa posizione mostra che si continua a non capire cosa sia la democrazia liberale. Non è una guerra (in cui ogni mezzo è lecito), è un conflitto secondo regole democratiche misurato dal grado di libertà assicurato al cittadino.

POPPER VS. TWITTER   Violare il metro delle regole sconfigge il metodo liberale in partenza. È uno sproposito citare Popper (“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza”). Perché quel grande liberale affermava che non sempre è possibile la tolleranza e che occorre anche il duro conflitto contro gli illiberali (Locke, primo teorizzatore della tolleranza a fine 1600, aveva già condannato la Chiesa che non la praticava), un duro conflitto sempre coerente nel rispetto del metodo della libertà. Dopo due o tre giorni di ubriacatura, cresce il numero di coloro che ha definito incompatibile con la liberaldemocrazia l’aver tolto al presidente Trump l’accesso ai social. Tali sistemi hanno ormai una funzione di servizio pubblico, e restringere un sevizio pubblico non può essere delegato al privato che lo gestisce (un mero gruppo di potere). La decisione di togliere a Trump lo strumento per diffondere quello che pensa, è un pericoloso attentato alla liberaldemocrazia. Questo uragano sulla democrazia liberale è una riprova ulteriore dell’urgenza di manutenerla. Non perché sia superata, come scioccamente affermano certi non liberali. Perché, essendo un metodo di rapportarsi tra individui diversi e viventi, è fisiologico che di continuo si presentino nuovi nodi da sciogliere, che sollecitano l’aggiustamento del meccanismo.

Fonte Competere : di Raffaello Morelli e Pietro Paganini

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di cittadini liberi e partner culturali.

 

ricerca e selezione del giusto talento ! . . .

La ricerca e la selezione del giusto talento si affianca alla quotidiana capacità di coltivare e far crescere le competenze, valorizzandole in maniera adeguata e rendendole valore per il business d’impresa.

Quali le soluzioni e i servizi oggi a disposizione delle imprese del nostro Paese in grado di supportarle nel processo di selezione di personale qualificato in ambito ICT, nell’aggiornamento delle competenze interne e nella loro giusta valorizzazione

Disporre di adeguate competenze digitali rappresenta oggi un tema centrale nella strategia di sviluppo di ogni impresa; un elemento chiave, in grado di determinare efficacia ed efficienza di ogni area di attività aziendale – amministrativa, finanziaria, commerciale e produttiva – che presenta differenti sfaccettature e non poche complessità nel momento in cui si tratta di passare dalla teoria alla pratica.

La ricerca e la selezione del giusto talento si affianca alla quotidiana capacità di coltivare e far crescere le competenze, valorizzandole in maniera adeguata e rendendole valore per il business d’impresa.

Un compito non semplice in un Paese come l’Italia, che l’edizione 2020 del rapporto Desi colloca all’ultimo posto in Europa per il livello di competenze digitali, ma proprio per questo oggi un elemento a cui le imprese tutte, di ogni dimensione e settore, devono porre grande attenzione.

In questo scenario, la direzione d’impresa, le risorse umane insieme a tutte le aree aziendali possono trarre beneficio da una serie di nuove soluzioni e servizi, prima indirizzati alle grandi aziende, oggi a disposizione di un mercato più ampio.

  • Qual è il grado di consapevolezza da parte del mercato nei confronti del tema della gestione e valorizzazione delle competenze digitali?
  • Quali le soluzioni e i servizi oggi a disposizione delle imprese del nostro Paese in grado di supportarle nel processo di selezione di personale qualificato in ambito ICT, nell’aggiornamento delle competenze interne e nella loro giusta valorizzazione?
  • Quali gli aspetti da tenere in particolare considerazione per trasformare le ‘competenze digitali’ in valore di business per l’azienda?

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di partner culturali.

 

Educazione, imprenditorialità e lavoro sono le parole chiave.

La ripresa economica passa dalle nuove generazioni. L’Italia è in deficit di forza lavoro e imprenditori qualificati che possono contribuire alla crescita e allo sviluppo, soprattutto con la crisi pandemica in corso.

 Definire le priorità in un momento di crisi è sempre difficile. Tuttavia è sempre possibile imparare dagli errori commessi nel passato. E ne sono stati fatti molti. Uno su tutti – dopo il 2008: dimenticarsi dei giovani contribuendo così all’aumento del divario generazionale. Ossia il ritardo accumulato dalle nuove generazioni, rispetto alle precedenti, nel raggiungimento della propria indipendenza economica.

Aver lasciato indietro le nuove generazioni per oltre un decennio ha rallentato la ripresa economica e accelerato l’esodo di forza lavoro ad alto tasso di educazione. Anche il mercato del lavoro ha subito le conseguenze dei numerosi espatri. Da un lato risulta più difficile reperire personale ad alta qualificazione con un livello educativo adeguato alle evoluzioni tecnologiche del mercato.  I cosiddetti NEET (persone tra i 15 e i 34 anni che non hanno né cercano un impiego e non frequentano una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale). Trattasi del cosiddetto potenziale sprecato laddove le generazioni che si sono affacciate all’età adulta nel nuovo millennio nel nostro Paese si sono trovate con inadeguato investimento pubblico rispetto ai coetanei delle altre economie avanzate e ad accentuare la necessità di dover contare sempre più sul tradizionale aiuto privato dei genitori. 

È come se qualcuno si fosse messo d’impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”

 

 

auguri di buon anno ! . . . da soli non ci si salva ! . . . ricordatelo ! . . .

Tanti Auguri di Buon 2021

 Un nuovo anno è come un libro bianco: la penna è nelle tue mani.

E’ l’occasione giusta per scrivere una nuova storia ricca di soddisfazioni ed opportunità. Ti auguro di coglierle al volo. Tanti auguri di buon 2021.

ALLA RICERCA DI UN SISTEMA ! ! ! . . .

Il piano NextGenerationItalia si propone sicuramente degli obiettivi ambiziosi e cerca di intervenire in alcune delle aree più critiche per l’Italia. La sua portata così ampia, però, ne evidenzia anche le carenze. A livello di definizione delle macro-aree stesse emergono alcuni errori di logica organizzativa. Per esempio, Innovazione e Ricerca&Sviluppo sembrano completamente scollegati tra loro, tanto da essere considerate voci separate. Anche la mobilità e le infrastrutture compaiono in capitoli separati, denotando poca chiarezza sulla strategia da adottare.

Molti dei problemi sollevati sono obsoleti e le soluzioni proposte, seppur solo accennate, non tengono conto delle più recenti evoluzioni. Si pensi al problema dell’istruzione, dove ancora si parla di potenziamento delle materie STEM, senza considerare la creazione di nuove modalità di apprendimento e le future evoluzioni del mondo del lavoro (in cui è più importante possedere skill multidisciplinari rispetto alla conoscenza delle materie “dure” in sé).

In attesa di un testo definitivo e di politiche pubbliche più specifiche, non resta che riconoscere l’assenza di un sistema. Quel concetto secondo cui le varie componenti di una nazione, o di un area politico-economica, sono in connessione tra loro e sono in grado di definire le dinamiche dello sviluppo e della crescita. La strategia per la ripartenza economica passa da qua. Senza una strategia che parta dal concetto di sistema, si rischia di avere tante misure fini a sé stesse. E tante risorse per pochi benefici.

È come se qualcuno si fosse messo di impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”