il ruolo delle politiche pubbliche . . .

Si parla molto di politiche attive del lavoro, ma, oltre alla scarsa reattività della politica, le proposte che circolano rimangono molto generiche.

Il settore pubblico potrebbe qui giocare un ruolo di grande rilievo, anche se molti commentatori liberali potrebbero non essere d’accordo. Precisiamo che non si tratta di invadere il campo dei privati, bensì di giocare di squadra e supportarsi a vicenda:

  • Lo Stato ha il primario compito di rivedere le politiche educative, integrando la didattica e le conoscenze di base con quelle applicate;
  • Le politiche attive del lavoro devono essere segmentate in base alle necessità delle fasce anagrafiche della popolazione. Le esigenze formative di un giovane (18-35 anni) sono diverse rispetto a quelle di un lavoratore considerato “obsoleto” e ad eventuale rischio automazione;
  • L’integrazione di nuove tecnologie va di pari passo con la disponibilità di infrastrutture digitali adeguate. L’Italia non ha ancora integrato a pieno le potenzialità dell’Industria 4.0 anche a causa della scarsa connettività e della carenza di manodopera qualificata;
  • Gli investimenti pubblici, in partnership con quelli privati, possono essere una soluzione efficace e accelerare il processo di trasferimento tecnologico e delle competenze tra le due sfere di azione. 
Non solo digitalizzazione e innovazione devono avere la priorità nella pianificazione degli investimenti pubblici (sia Recovery Fund sia strumenti come il Piano Transizione 4.0), anche lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 


Spunti per l’amministrazione . . . e sguardo al futuro per i ragazzi . . .

Sarebbe opportuno, per l’Amministrazione non perdere il contatto con le figure del territorio che hanno voglia di lavorare con impegno vero per il rafforzamento della rete civica e sociale del paese che, dimostrata essere un valido supporto non solo per i cittadini ma anche per le amministrazioni, soprattutto in periodi di emergenza come quello che stiamo attraversando. Se, chiaramente, molte attività previste dai Patti di collaborazione non possono più essere svolte in presenza a causa delle varie restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, si potrebbe comunque prevedere qualche attività da remoto, se possibile, o cercare di organizzare incontri nel limite del possibile per mantenere sempre viva una rete ed investire sempre di più sul prezioso capitale umano. Una eventuale riproposta di Patto che potrebbe essere inserita in un progetto più ampio per durata, ma anche in merito all’interesse generale della comunità di cui prendersi cura. Infatti, una maggiore stabilità delle risorse che in questi ultimi anni sono emerse potrebbe, se meglio strutturata, essere in grado di incidere maggiormente nella comunità, e magari iniziare a rispondere ad esigenze e necessità nuove che sono emerse con l’emergenza sanitaria. Le energie civiche così, insieme con le istituzioni pubbliche locali, potrebbero meglio collaborare ad un progetto di società che si cura a partire da beni comuni.
Per quanto riguarda il futuro dei Progetti invece, alla domanda: «Credete che questo blog sia utile a qualcosa?» Cambiare è una parola grande, non sappiamo se sia davvero cambiato, sappiamo però di aver dato un esempio diverso. E l’esempio non è cosa da poco, spesso è solamente il modo più efficace per dare avvio ad un cambiamento.

Una strada imboccata da oltre 8 anni. Poca partecipazione a percorrerla ! Tanti che scelgono percorsi alternativi e scorciatoie varie che non hanno portato mai a niente o quasi ! . . .tranne che creare strutture copia su copia . . . ! ! !

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, mettendo da parte l’ideologia egoistica prevaricante, offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Per disinnescare l’ideologia del NO

Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture. 
L’economia sarà ancora centrale nell’agenda politica globale e il piano NextGenerationEU sarà il punto di partenza per la costruzione dell’Europa nel nuovo sistema globale. Le risorse assegnate all’Italia per lo sviluppo delle infrastrutture e la crescita della digitalizzazione ammontano a 76,4 miliardi, pari ad un terzo delle risorse complessive.PERCHÉ È IMPORTANTE   Il capitolo degli interventi sulle infrastrutture include il potenziamento della rete ferroviaria, con l’obiettivo di portare l’Alta Velocità nel Sud Italia, e la messa in sicurezza delle infrastrutture a rischio. Fondamentale, poi, puntare sull’intermodalità tra le aree di interesse economico, in particolare porti e ferrovie, senza la quale anche le tanto decantate Zone Economiche Speciali produrranno effetti risibili in termini di attrazione di investimenti.

IL FUTURO GREEN   A ben guardare, anche il tema della sostenibilità ambientale, che potrà beneficiare di 74,3 miliardi, e nel quale rientra anche la gestione dei rifiuti per colmare il gap impiantistico a livello regionale, avrà a che fare con la realizzazione di interventi che dovranno agevolare lo smaltimento e la crescita della produzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno. Le smart-grid saranno poi il motore della mobilità.

La transizione energetica, quindi, è molto più di un obbligo dovuto all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, ma un percorso stimolante che si alimenta grazie alla ricerca scientifica e all’avanzare delle tecnologie, e che consente di migliorare il rapporto tra la natura e l’uomo. In Italia, con il Piano energia e clima del 2019 ci si era avviati su questa strada, con obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione sostenuti da specifici piani per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, al fine di rendere le attività Oil & Gas compatibili con il generale processo di transizione, e introducendo una moratoria sulle attività di prospezione di idrocarburi, in attesa di verificare la fattibilità ambientale dei progetti. La pandemia ha cambiato di fatto tutto, anche se appare chiaro che solo utilizzando le risorse nazionali di idrocarburi si potrà realizzare una transizione intelligente.

LA SPINTA DIGITALE   Il 5G, la banda larga e i microprocessori sono poi le tecnologie su cui il governo vuole investire in modo prioritario. Gli ambiti di intervento principali previsti per l’area della digitalizzazione sono la PA, il miglioramento della competitività delle imprese e la Transizione 4.0. Due anni fa, alla vigilia dell’ingresso di Cdp in Telecom, con il presidente nazionale di Confassociazioni, Angelo Deiana, su Il Foglio abbiamo chiesto l’istituzione di un Ministero per la Digitalizzazione proprio sull’esempio della Germania e della Francia, le cui Casse Depositi investono da anni nelle infrastrutture digitali.

La Grosse Koalition di Angela Merkel aveva appena istituito un Ministero per gli Affari Digitali, attribuendogli tutti i poteri per gestire e coordinare le risorse previste nel Piano nazionale della digitalizzazione con cui il governo tedesco prevedeva di attrarre investimenti pubblici e privati per 100 miliardi di euro, con l’obiettivo di trasformare la Germania in una Gigabit society entro il 2025. La proposta voleva stimolare un percorso strutturato che avviasse anche in Italia la costruzione di un ecosistema positivo e dinamico di relazioni ed interconnessioni, attraverso un nuovo piano di sviluppo delle grandi opere infrastrutturali digitali con il relativo contributo degli eventuali concessionari.

INFRASTRUTTURE PER CRESCERE   In questi mesi tutti abbiamo capito che la digital trasformation sta impattando a livello globale assetti sociali, demografici, economici ed istituzionali. Le infrastrutture materiali e digitali, come è stato del resto riaffermato anche nel NextGenerationEU, giocano un ruolo decisivo per programmare la ripartenza del nostro Paese.

Sarà dunque fondamentale anche in Europa e in Italia ricominciare a investire, perché la competitività del mondo globale passerà sempre di più dalla capacità sviluppare le infrastrutture fisiche/digitali, velocizzando anche i processi amministrativi delle agevolazioni fiscali, dallo snellimento dell’iter autorizzativo e dalla individuazione di partner economici qualificati. Le infrastrutture svolgono un ruolo fondamentale per sostenere la mobilità dei cittadini e delle merci, sia a livello nazionale che europeo, in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente e sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita in moltissimi ambiti.

IL PATTO CENTRO-PERIFERIA   In Italia, però, sarà necessario puntare su un fattore che sarà decisivo per colmare il gap infrastrutturale dei territori italiani: la responsabilità e l’autorevolezza della politica. Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture.

Se non si riuscirà nella delicata operazione di detonare questa esasperata conflittualità, che da quasi trenta anni caratterizza in tutti i territori italiani il rapporto tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti (TAV e TAP sono solo gli esempi più eclatanti di centinaia di contestazioni sui territori e della cultura antindustriale che attraversa il Paese da Nord a Sud), l’Italia rischia di vanificare l’ultima grande buona occasione che viene dall’Europa.

VINCERE LA CULTURA DEL NO   Oggi il 13,9% dei Comuni italiani ha affermato la propria contrarietà al 5G e la gran parte di questi sono propri quei borghi che la retorica della rivincita del piccolo e del southworking vorrebbe invece farci credere che di colpo sono diventati i luoghi più belli del mondo, dove si può fare impresa e ci si può trasferire per lavorare e vivere (senza servizi e infrastrutture?). Bisogna rendersi conto, però, che la globalizzazione post Covid-19 promuoverà le filiere industriali di prossimità solo se saranno in grado di maturare e favorire servizi efficienti. E le infrastrutture, anche nella nuova logistica integrata che avrà nel Mediterraneo uno snodo essenziale nei traffici commerciali marittimi dopo il raddoppio del Canale di Suez, sono il principale strumento di sviluppo e crescita.

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, abbandonando per sempre l’ideologia del no e della decrescita, e offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.    

Fonte: Competere di Stefano Cianciotta

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di cittadini liberi e partner culturali.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Metodo Sperimentale e Coinvolgimento dei Cittadini ! . . .

Le profonde e rapide trasformazioni che hanno accompagnato il processo di globalizzazione e di digitalizzazione delle società hanno risolto molti problemi, però hanno trascurato e penalizzato tanti cittadini, invece di premiarli. Invece di includerli nei processi decisionali e nella soluzione dei problemi, hanno di fatto consentito alle classi dominanti di escluderli.
Per Socrate, progenitore del metodo scientifico, la frase “tanto tuonò che piovve” indica il verificarsi di qualcosa di prevedibile. Il prevedibile non si limita a quello che il conformismo vuol vedere rimuovendo i disagi anche psicologici. La frustrazione di chi ha assaltato il Campidoglio a Washington DC era prevedibile; la rabbia di chi imbratta e abbatte le statue del passato era prevedibile.Possiamo facilmente prevedere che se non si darà ascolto al malcontento dei cittadini (i tuoni), il rifiuto dello status quo rappresentato dalle grandi burocrazie e dall’establishment finanziario e mediatico sarà ancora più radicale (la pioggia e poi l’uragano). Non ci possiamo lamentare della pioggia se non ci curiamo dei tuoni.PERCHÉ È IMPORTANTE   Le profonde e rapide trasformazioni che hanno accompagnato il processo di globalizzazione e di digitalizzazione delle società hanno risolto molti problemi, però hanno sollevato altre questioni molto complesse penalizzando – in molti casi - tanti cittadini, invece di premiarli. Piuttosto che includerli nei processi decisionali e quindi nella soluzione dei problemi, hanno di fatto consentito alle classi dominanti di escluderli.

IL DOMINIO DELLE ÈLITE   La ragione non va cercata nella pulsione per il potere delle classi dominanti. Queste infatti, hanno ritenuto più agevole sfruttare la propria posizione di dominio intellettuale e finanziario per sbrigare la questione più velocemente, evitando di affrontare le complessità di un coinvolgimento più ampio dei cittadini. Sarebbe costato più fatica intellettuale e avrebbe preso molto più tempo.

Sarebbe stato anche difficile da raccontare con la narrazione evocativa e positiva tipica dei modelli antichi, religiosi ed ideologici. Le competenze esistenti nei mondi delle élite si sono trasformate nell’illusione presuntuosa di saper cosa fare senza bisogno dei cittadini. La disattenzione al cittadino ha dilagato nei governi e nei vertici burocratici. Continuò a tuonare e alla fine è scesa la pioggia. In molti Paesi dell’Occidente il rigetto verso il potere costituito da parte delle opinioni pubbliche, alle elezioni ha gonfiato i gruppi politici sovranisti e cosiddetti populisti. È avvenuto in poco tempo nei Paesi europei, negli Usa, in Inghilterra, in Italia. Si è materializzata la disaffezione alla democrazia liberale, valutata incapace di svolgere il proprio ruolo. Che è valorizzare scelte ed esigenze del cittadino, tramite l’aggiornare di continuo i meccanismi liberaldemocratici.

Di fatto le élite hanno tradito la liberaldemocrazia, confondendola con l’assenza di regole o meglio la presenza di regole (quelle delle èlite stesse) che favoriscono solo alcuni ed escludono gli altri.

POPULISMO E SOVRANISMO   Il richiamo al cambiamento e alla centralità del cittadino individuo dai parte dei sovranisti e populisti è però, purtroppo, ambiguo. Essi infatti, rifiutano la liberaldemocrazia, rifuggendola. Non comprendendo che è attraverso la società aperta che il cittadino riacquista il potere di autodeterminarsi. Il sovranismo compie il medesimo errore, preferendo all’élite dominante il ricorso all’uomo forte destinato a risolvere problemi complessi. Il populismo poi, specie l’italiano, vorrebbe cambiare ma pensa che per farlo basti evocare i cittadini, dichiarare uguali le diversità fisiologiche, smantellare la democrazia rappresentativa. Questi approcci, come quello elitario e burocratico, si sono dimostrati il primo disastroso, il secondo capace di bloccare il burocraticismo dei dominanti, ma non di costruire una società aperta.

CITTADINI CON METODO   I fatti e l’esperienza di questi anni e giorni dovrebbero spingerci al faticoso lavoro quotidiano di coinvolgere il cittadino nelle soluzioni che saranno lente e complesse. Richiederanno la pazienza di chi sa passare attraverso il fallimento che fa parte del metodo sperimentale della prova ed errore. Prendiamo però nota che così non si sta verificando. I social media e le aziende del digitale bloccano il presidente americano, tradendo il metodo liberale con argomenti che usano i termini del liberalismo ma che in realtà gli sono antitetici.L’assunto base del metodo liberale è la diversità di ognuno dei cittadini e disporre di regole adatte per consentire il libero conflitto tra le loro iniziative sulla scorta dei risultati.

CENSORI ILLIBERALIDiversità e conflitto presuppongono che ogni punto di vista venga liberamente espresso e sperimentato secondo le regole della libertà frutto delle scelte dei cittadini per mezzo della democrazia rappresentativa. Senza tale presupposto, non esiste l’istituzione liberaldemocratica. Non hanno alcuno spessore, né liberale né logico, le giustificazioni che danno i fautori della censura:

  1. Togliere i social a Trump protegge la libertà? Dire ciò mostra che si continua a non capire cosa sia la democrazia liberale. Non è una verità, è un metodo di libero confronto sui fatti seguendo le regole (Voltaire diceva, non condivido quello che dici ma difenderò con la mia vita il tuo diritto di dirlo). È un sistema per sperimentare se funziona una proposta sul come convivere tra individui diversi.
  2. Togliere i social a Trump sconfigge le tesi dell’estrema destra identitaria? Sostenere questa posizione mostra che si continua a non capire cosa sia la democrazia liberale. Non è una guerra (in cui ogni mezzo è lecito), è un conflitto secondo regole democratiche misurato dal grado di libertà assicurato al cittadino.

POPPER VS. TWITTER   Violare il metro delle regole sconfigge il metodo liberale in partenza. È uno sproposito citare Popper (“La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza”). Perché quel grande liberale affermava che non sempre è possibile la tolleranza e che occorre anche il duro conflitto contro gli illiberali (Locke, primo teorizzatore della tolleranza a fine 1600, aveva già condannato la Chiesa che non la praticava), un duro conflitto sempre coerente nel rispetto del metodo della libertà. Dopo due o tre giorni di ubriacatura, cresce il numero di coloro che ha definito incompatibile con la liberaldemocrazia l’aver tolto al presidente Trump l’accesso ai social. Tali sistemi hanno ormai una funzione di servizio pubblico, e restringere un sevizio pubblico non può essere delegato al privato che lo gestisce (un mero gruppo di potere). La decisione di togliere a Trump lo strumento per diffondere quello che pensa, è un pericoloso attentato alla liberaldemocrazia. Questo uragano sulla democrazia liberale è una riprova ulteriore dell’urgenza di manutenerla. Non perché sia superata, come scioccamente affermano certi non liberali. Perché, essendo un metodo di rapportarsi tra individui diversi e viventi, è fisiologico che di continuo si presentino nuovi nodi da sciogliere, che sollecitano l’aggiustamento del meccanismo.

Fonte Competere : di Raffaello Morelli e Pietro Paganini

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di cittadini liberi e partner culturali.

 

ricerca e selezione del giusto talento ! . . .

La ricerca e la selezione del giusto talento si affianca alla quotidiana capacità di coltivare e far crescere le competenze, valorizzandole in maniera adeguata e rendendole valore per il business d’impresa.

Quali le soluzioni e i servizi oggi a disposizione delle imprese del nostro Paese in grado di supportarle nel processo di selezione di personale qualificato in ambito ICT, nell’aggiornamento delle competenze interne e nella loro giusta valorizzazione

Disporre di adeguate competenze digitali rappresenta oggi un tema centrale nella strategia di sviluppo di ogni impresa; un elemento chiave, in grado di determinare efficacia ed efficienza di ogni area di attività aziendale – amministrativa, finanziaria, commerciale e produttiva – che presenta differenti sfaccettature e non poche complessità nel momento in cui si tratta di passare dalla teoria alla pratica.

La ricerca e la selezione del giusto talento si affianca alla quotidiana capacità di coltivare e far crescere le competenze, valorizzandole in maniera adeguata e rendendole valore per il business d’impresa.

Un compito non semplice in un Paese come l’Italia, che l’edizione 2020 del rapporto Desi colloca all’ultimo posto in Europa per il livello di competenze digitali, ma proprio per questo oggi un elemento a cui le imprese tutte, di ogni dimensione e settore, devono porre grande attenzione.

In questo scenario, la direzione d’impresa, le risorse umane insieme a tutte le aree aziendali possono trarre beneficio da una serie di nuove soluzioni e servizi, prima indirizzati alle grandi aziende, oggi a disposizione di un mercato più ampio.

  • Qual è il grado di consapevolezza da parte del mercato nei confronti del tema della gestione e valorizzazione delle competenze digitali?
  • Quali le soluzioni e i servizi oggi a disposizione delle imprese del nostro Paese in grado di supportarle nel processo di selezione di personale qualificato in ambito ICT, nell’aggiornamento delle competenze interne e nella loro giusta valorizzazione?
  • Quali gli aspetti da tenere in particolare considerazione per trasformare le ‘competenze digitali’ in valore di business per l’azienda?

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di partner culturali.

 

Educazione, imprenditorialità e lavoro sono le parole chiave.

La ripresa economica passa dalle nuove generazioni. L’Italia è in deficit di forza lavoro e imprenditori qualificati che possono contribuire alla crescita e allo sviluppo, soprattutto con la crisi pandemica in corso.

 Definire le priorità in un momento di crisi è sempre difficile. Tuttavia è sempre possibile imparare dagli errori commessi nel passato. E ne sono stati fatti molti. Uno su tutti – dopo il 2008: dimenticarsi dei giovani contribuendo così all’aumento del divario generazionale. Ossia il ritardo accumulato dalle nuove generazioni, rispetto alle precedenti, nel raggiungimento della propria indipendenza economica.

Aver lasciato indietro le nuove generazioni per oltre un decennio ha rallentato la ripresa economica e accelerato l’esodo di forza lavoro ad alto tasso di educazione. Anche il mercato del lavoro ha subito le conseguenze dei numerosi espatri. Da un lato risulta più difficile reperire personale ad alta qualificazione con un livello educativo adeguato alle evoluzioni tecnologiche del mercato.  I cosiddetti NEET (persone tra i 15 e i 34 anni che non hanno né cercano un impiego e non frequentano una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale). Trattasi del cosiddetto potenziale sprecato laddove le generazioni che si sono affacciate all’età adulta nel nuovo millennio nel nostro Paese si sono trovate con inadeguato investimento pubblico rispetto ai coetanei delle altre economie avanzate e ad accentuare la necessità di dover contare sempre più sul tradizionale aiuto privato dei genitori. 

È come se qualcuno si fosse messo d’impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”

 

 

auguri di buon anno ! . . . da soli non ci si salva ! . . . ricordatelo ! . . .

Tanti Auguri di Buon 2021

 Un nuovo anno è come un libro bianco: la penna è nelle tue mani.

E’ l’occasione giusta per scrivere una nuova storia ricca di soddisfazioni ed opportunità. Ti auguro di coglierle al volo. Tanti auguri di buon 2021.

ALLA RICERCA DI UN SISTEMA ! ! ! . . .

Il piano NextGenerationItalia si propone sicuramente degli obiettivi ambiziosi e cerca di intervenire in alcune delle aree più critiche per l’Italia. La sua portata così ampia, però, ne evidenzia anche le carenze. A livello di definizione delle macro-aree stesse emergono alcuni errori di logica organizzativa. Per esempio, Innovazione e Ricerca&Sviluppo sembrano completamente scollegati tra loro, tanto da essere considerate voci separate. Anche la mobilità e le infrastrutture compaiono in capitoli separati, denotando poca chiarezza sulla strategia da adottare.

Molti dei problemi sollevati sono obsoleti e le soluzioni proposte, seppur solo accennate, non tengono conto delle più recenti evoluzioni. Si pensi al problema dell’istruzione, dove ancora si parla di potenziamento delle materie STEM, senza considerare la creazione di nuove modalità di apprendimento e le future evoluzioni del mondo del lavoro (in cui è più importante possedere skill multidisciplinari rispetto alla conoscenza delle materie “dure” in sé).

In attesa di un testo definitivo e di politiche pubbliche più specifiche, non resta che riconoscere l’assenza di un sistema. Quel concetto secondo cui le varie componenti di una nazione, o di un area politico-economica, sono in connessione tra loro e sono in grado di definire le dinamiche dello sviluppo e della crescita. La strategia per la ripartenza economica passa da qua. Senza una strategia che parta dal concetto di sistema, si rischia di avere tante misure fini a sé stesse. E tante risorse per pochi benefici.

È come se qualcuno si fosse messo di impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”
 

ALLA RICERCA DI UN SISTEMA ! ! ! . . .

Il piano NextGenerationItalia si propone sicuramente degli obiettivi ambiziosi e cerca di intervenire in alcune delle aree più critiche per l’Italia. La sua portata così ampia, però, ne evidenzia anche le carenze. A livello di definizione delle macro-aree stesse emergono alcuni errori di logica organizzativa. Per esempio, Innovazione e Ricerca&Sviluppo sembrano completamente scollegati tra loro, tanto da essere considerate voci separate. Anche la mobilità e le infrastrutture compaiono in capitoli separati, denotando poca chiarezza sulla strategia da adottare.

Molti dei problemi sollevati sono obsoleti e le soluzioni proposte, seppur solo accennate, non tengono conto delle più recenti evoluzioni. Si pensi al problema dell’istruzione, dove ancora si parla di potenziamento delle materie STEM, senza considerare la creazione di nuove modalità di apprendimento e le future evoluzioni del mondo del lavoro (in cui è più importante possedere skill multidisciplinari rispetto alla conoscenza delle materie “dure” in sé).

In attesa di un testo definitivo e di politiche pubbliche più specifiche, non resta che riconoscere l’assenza di un sistema. Quel concetto secondo cui le varie componenti di una nazione, o di un area politico-economica, sono in connessione tra loro e sono in grado di definire le dinamiche dello sviluppo e della crescita. La strategia per la ripartenza economica passa da qua. Senza una strategia che parta dal concetto di sistema, si rischia di avere tante misure fini a sé stesse. E tante risorse per pochi benefici.

È come se qualcuno si fosse messo di impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”
 

qualcuno ci vuole soli e divisi. . . L’antidoto è l’amicizia vera ! . . .

Nella nostra vita non c’è più il calore di una famiglia, di una casa, di una compagna. E allora pensiamo al nostro migliore amico, che non vediamo e non sentiamo da decenni. “C’è qualcosa in un’amicizia che non si può ridurre alle cose visibili,” qualcosa come una scelta, avvenuta chissà quando. Per questo, i cavalieri sono fratelli in armi dall’istante del giuramento. L’amicizia è l’inizio di un tempo diverso, in cui si diventa adulti, e si prova insieme nostalgia per le cose perdute e l’angoscia eccitante di un’età nuova.

L’amicizia non c’entra nulla con concetti come il “piacere” o “l’utilità”: è invece un rapporto che si instaura tra “buoni”, ovvero tra coloro che detengono la virtù; persone alle quali vogliamo bene perché ci permettono di vedere noi stessi, e in loro vediamo realizzate le virtù che vorremmo avere. Eppure, nel mondo contemporaneo e capitalista, l’amicizia riesce a sopravvivere in forme meno ideali di quella sognata dal filosofo: diventa infatti un’ancora di salvezza per superare insieme ad altri gli esami del futuro, un ponte per raggiungere quelle “cose belle e necessarie” che secondo lo stesso Aristotele bisognerebbe passare la vita a contemplare.

Farsi degli amici però, man mano che si cresce, sembra essere sempre più difficile. Le condizioni necessarie per stabilire una buona amicizia: “prossimità, interazioni ripetute e non pianificate, e un contesto che incoraggi le persone ad abbassare la guardia e a confidare le une nelle altre.” Tre presupposti che in questa epoca, quando si superano i trenta, sono difficili da trovare. Un fattore essenziale: le persone si accoppiano, si sposano e fanno figli e riducono il proprio network personale: non c’è tempo per tutto. Si crea così un bivio: chi sceglie la propria famiglia per amico, e chi, restando single, sceglie i propri amici per famiglia. Del resto, ci manca anche che l’amicizia diventi un lavoro extra.

Bisogna intanto riconoscere l’esistenza di diversi mostri sociali che si frappongono tra noi e il tentativo di fare amicizia. Ci sono posti come sedi di partito, meet-up online o assemblee di centri sociali e associazioni, che vengono spacciati per comunità senza che nessuno s’interessi davvero del benessere dei singoli membri; o club esclusivi dove si va per fare amicizia, ma in realtà ciò che si compra è lo status quo del lusso nella sua forma più glaciale. A volte la solitudine, anche se non ha per forza l’aspetto di un individualismo eroico o sembra preferibile allo stare insieme a qualcun altro. L’alienazione creata dalla macchina lavorativa, poi, può essere tanto inconscia e prepotente nella nostra esistenza da allontanare i nostri potenziali amici.

Forse il problema non è tentare di superare l’individualismo in sé, quanto la nostra dipendenza da una solitudine amareggiata che sembra caratterizzare l’inizio di questo secolo.    IL COVID C’E’ RIUSCITO ! . . .
Altro ostacolo tra noi e l’amicizia vera è il business: “l’operosità”, ma più in generale l’essere impegnati a essere impegnati, da cui molti di noi sembrano incapaci a fuggire, i negotia di Seneca. Il capitalismo, impedisce ogni forma di genuina e convivialità. “Non appena un gruppo di amici inizierà a visualizzare degli obiettivi immediati, realizzabili attraverso la solidarietà e la cooperazione, ecco che a uno tra loro sarà offerto il ‘buon’ posto di lavoro,” che finirà per assorbire tutte le attenzioni della persona. Peccato che quasi sempre quel lavoro apparterrà alla categoria che l’antropologo David Graeber ha definito bullshit jobs, i “lavori del cazzo”, lavori ausiliari proliferati moltiplicando quelli produttivi: stagisti messi a fare fotocopie, designer messi a fare grafici tutti uguali, passacarte, riders, personale di call center super-qualificato e depresso.
È come se qualcuno si fosse messo di impegno a creare lavori inutili solo per tenerci tutti occupati. “Sara’ mica il covid ? . . .”