costruiamo opportunismo come bene comune . . .

E’ sempre più evidente che la capacità di creare valore non può essere circoscritta dentro i confini della singolo individuo o azienda, ma fa parte del sistema sociale di cui tutti facciamo parte è a cui si deve contribuire. All’interno di questo sistema, le componenti territoriali  possono essere molto importanti: ad esempio, il turismo, la balneazione ecologica la bellezza del paesaggio i prodotti enogastronomici locali, sono caratteristiche chiave del sistema all’interno del quale un’attività può creare valore. Anche le componenti tecnologiche, come le infrastrutture, il controllo delle acque marine da balneazione, i servizi connessi, sono caratteristiche del sistema, come pure l’insieme di aspettative e di dinamiche sociali che derivano dalle norme, dai ruoli, dalle relazioni e dalle convinzioni che regolano il contesto di riferimento. Perciò, possiamo dedurre che a generare valore non è tanto la singola azienda, quanto il sistema e con esso il territorio, sociale e/o tecnico in cui il contesto è immerso e di cui è parte integrante. Queste dinamiche possono tutte essere descritte nei termini della cosiddetta gestione dei beni comuni.

La problematica incombe sempre, quando la capacità di un sistema di rigenerare risorse richiede che i beneficiari di quelle risorse rinuncino a perseguire ciò che conviene nel breve periodo. Infatti, se un beneficiario pensa che altri beneficiari possano comportarsi in maniera opportunistica, tendenzialmente farà lo stesso.

Ad esempio, se un pescatore ha ragione di credere che altri pescatori stiano pescando di frodo, è molto più probabile che violi, a sua volta, i limiti di legge; questo suo comportamento si verrà a sapere e, a sua volta, incoraggerà l’opportunismo di altri pescatori.

In altre parole, questi comportamenti sono la conseguenza di un circolo vizioso innescato principalmente dalla convinzione (più o meno fondata), da parte di alcuni beneficiari, che gli altri beneficiari del sistema si comportino in modo da massimizzare i propri vantaggi sul breve periodo, e che quindi l’unica cosa sensata da fare.

Le discipline di management sono state finora piuttosto silenziose su questo tema. Probabilmente, il fatto che per rispondere a questi comportamenti sia necessario focalizzarsi sul sistema eco-socio-tecnico, piuttosto che sulla singola azienda, ha dato a molti l’impressione che il tema della rigenerazione delle risorse comuni sia al di fuori dei confini disciplinari delle scienze di management.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi in cui le risorse comuni sono state sviluppate e protette con successo, tale successo è dipeso anche da soluzioni di management, quali ad esempio meccanismi di coordinamento, procedure di misurazione e reporting, processi strutturati di decision-making, tecniche di ottimizzazione dei processi, progettazione di organizzazioni a rete o sistemi integrati per la gestione delle informazioni.
In altre parole, è sempre più chiaro che l’utilizzo di approcci di management efficaci può essere determinante anche a livello di sistema eco-socio-tecnico, e non solo di singola azienda.

Per questa ragione, è molto importante che anche le discipline di management scendano in campo per occuparsi di risorse comuni, al fianco delle altre discipline che già se ne occupano da anni, come le scienze giuridiche e le scienze politiche.

La gestione di un bene comune è una responsabilità assunta nei confronti di altre persone e quindi deve essere sostenibile nel tempo.

La sostenibilità economica richiede, quindi, competenze di tipo imprenditoriale, capacità di creare valore, abilità nel coniugare finalità sociali e solidità economica.
La gestione di un bene comune non si può risolvere nella richiesta di risorse pubbliche per il suo sostentamento, verrebbe tradito lo spirito della mobilitazione di energie civiche che sta alla base dell’idea stessa dei beni comuni. La sfida quindi è sempre più attuale:

Da soli non ci si salva !!  

  

con il buonsenso possiamo costruire le condizione per condivisione e meritocrazia.

                 accelerare l’innovazione e sviluppare Il buon senso

Cerchiamo volonterosi per costruire un pezzo di mondo migliore, una piccola Comunità impegnata ad inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere, aprirsi al lavoro produttivo.

Cerchiamo talenti ! . . . Non ci interessa la mediocrità ! . . .

Ripagheremo con la meritocrazia ! . . .

Abbiamo dei progetti ! da realizzare ! 

Creare una squadra di persone curiose, creative ed intraprendenti che prima di tutto vogliono scoprire il mondo e fornire le migliori risposte ai problemi che incontrano.

CURIOSI - CREATIVI - INTRAPRENDENTIATTIVI NEL REALIZZARE

Dalle visioni alle strategie, dalle strategie ai progetti - alle realizzazioni.

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“La tecnologia reinventerà il business, ma i rapporti umani rimarranno la chiave del successo”
– Stephen Covey -

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contesti da costruire . . .

L’espressione “ambiente di apprendimento” è oggi molto usata nell’ambiente dell’educazione. La necessità nasce con il bisogno del cambiamento di prospettiva che, da un ventennio a questa parte, è stato registrato in campo psico-pedagogico.

A tal proposito si parla del passaggio dell’insegnamento a quello dell’apprendimento formativo: da una visione incentrata sull’insegnamento si è passati ad una prospettiva focalizzata sul soggetto che apprende e quindi sui suoi processi, con particolare attenzione a come è costruito il contesto di supporto all’apprendimento (come facilitare, come guidare, come accompagnare gli allievi nella costruzione dei loro saperi, e perciò quali situazioni organizzare per favorire l’apprendimento).

In una visione molto ampia, l’ambiente di apprendimento può essere inteso come luogo fisico o virtuale, ma anche come spazio mentale e culturale, organizzativo ed emotivo/affettivo insieme.

È vero però che, se guardiamo alla conoscenza e al modo in cui si costruisce, non possiamo prendere in considerazione soltanto lo spazio; dobbiamo osservare l’insieme delle componenti presenti nella situazione in cui vengono messi in atto i processi di apprendimento. Il che vuol dire analizzare le condizioni e i fattori che intervengono nel processo: gli insegnanti e gli allievi, gli strumenti culturali, tecnici e simbolici.

Risultati immagini per vignette la colpa sempre degli altri

Possiamo pertanto provare a definire l’ambiente di apprendimento come un contesto di attività strutturate, “intenzionalmente” predisposto dal formatore, in cui si organizza la formazione affinché il processo di apprendimento che si intende promuovere avvenga secondo le modalità attese: ambiente, perciò, come “spazio d’azione” creato per stimolare e sostenere la costruzione di conoscenze, abilità, motivazioni, atteggiamenti. In tale “spazio d’azione” si verificano interazioni e scambi tra allievi, oggetti del sapere e formatori, sulla base di scopi e interessi comuni, e gli allievi hanno modo di fare esperienze significative sul piano cognitivo, affettivo/emotivo, interpersonale/sociale.

Da insegnamento a formazione di apprendimento, con particolare attenzione al ruolo delle tecnologie d’informazione e di comunicazione, viene sottolineato che il concetto di “ambiente di apprendimentoè diventato attuale nel discorso educativo odierno e si è affermato come concetto ben definito in stretta connessione, da una parte, con l’uso emergente delle tecnologie informazione per fini educativi, e dall’altra con le concezioni della psicologia di matrice costruttivista. Tale indirizzo psicologico, infatti, enfatizza l’apprendimento come un processo attivo e costruttivo piuttosto che come acquisizione o ricezione di conoscenze. Se ne ricava un ruolo dell’istruzione come processo che supporta la costruzione delle conoscenze piuttosto che la loro trasmissione dall’insegnante all’allievo.

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Non si può cambiare se continuiamo ad avere lo stesso atteggiamento che abbiamo avuto finora.

Dobbiamo quindi individuare quelle attitudini e quegli schemi che trasformino o creino situazioni diverse dalle attuali assumendo un atteggiamento, presente, attivo e consapevole.

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

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il contesto fà il testo ! . . .

 RIFLESSIONI  SU  :

Cambiamento culturale & organizzativo per sviluppare benessere .

Cambiamento culturale: si riferisce ai cambiamenti nei valori, nelle norme e negli atteggiamenti, nelle credenze e nei comportamenti degli attori organizzativi.

Cambiamento organizzativo: è la capacità di un’organizzazione di saper crescere, di svilupparsi, di cambiare promuovendo adeguati livelli di benessere psicofisico delle persone e incrementando l’appartenenza al contesto e la convivenza sociale.

Pertanto, cambiare significa progettare efficaci interventi finalizzati e pensati in termini di passaggio di stato dell’organizzazione, una transizione da uno stato ad un altro in una unità di tempo precisa.

Questa dimensione del cambiamento richiama i livelli di funzionamento sociale in quanto ogni azione di cambiamento prevede il fare i conti con il pensiero dualistico, poiché per passare da una situazione ad un’altra occorre superare periodi di ambivalenza, caratterizzati dal fatto che il vecchio e il nuovo sussistono contemporaneamente e con pari intensità, nel medesimo contesto, generando conflitto.

La consapevolezza della dualità tende a bloccare ogni azione innovativa, perpetuando l’ambivalenza.

È solo determinando il passaggio dalla dualità alla gruppalità che sarà possibile assistere ad un cambiamento di status che porta innovazione e produttività nell’organizzazione.

Il gruppo infatti è lo spazio dove l’individuo costruisce la sua identità, dove sperimenta le limitazioni e le resistenze che lo aiutano a definire il suo spazio di vita. I gruppi essendo entità dinamiche tendono alla ricerca del costante equilibrio che coinvolge le persone non solo con un cambiamento individuale ma coinvolgerà anche consistenti componenti sociali, microsociali e ambientali.

IL CONTESTO  FA’  IL TESTO ! . . .

  rifletti ! . . .  scrivi cosa né pensi ? . . .

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

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I cittadini che si prendono cura dei beni comuni creano ricchezza

Fonte: labsus articolo di Rossana Caselli

Spesso i cittadini che hanno cura di un bene comune non lo sanno, ma stanno creando una ricchezza sui loro territori: un “tesoro” che rimane nascosto e invisibile, ma che loro costruiscono giorno dopo giorno. Basta scorrere alcuni dei progetti finanziati da fondazioni bancarie o Centri di servizi o guardare alcuni patti di collaborazione dei Comuni in cui è stato adottato il Regolamento per rendersene conto. Ma, come tutto il lavoro di cura che ognuno di noi svolge nelle mura delle proprie case, anche quello che è svolto dai cittadini per la cura dei beni comuni è scarsamente valutabile in termini monetari, non andando a far parte del PIL, ossia delle attività produttive che muovono i “soldi” sui mercati. Vediamo qui di seguito di spiegare, sulla base anche dell’esperienza maturata in alcuni di questi progetti e dei risultati di alcune recenti ricerche, perché i beni comuni creano ricchezza e come potremmo quindi renderla più “visibile”. Questo soprattutto per favorire politiche locali che potrebbero ampliare i loro effetti positivi sui diversi territori producendo sviluppo locale.

Prendersi cura dei beni comuni ci conviene

Vi sono almeno due effetti di tipo economico che, a livello personale e di comunità, si creano grazie a chi si prende cura dei beni comuni:

1) A livello personale: maggiore capacità d’acquisto

Chi si prende cura di un bene comune lo fa innanzitutto per aumentare la qualità della propria vita: si sta meglio in un luogo più curato, dove ci si dà una mano l’un l’altro, in cui ci si conosce e si sviluppano relazioni sociali e attività a cui diamo valore. Nell’ultimo decennio gli interventi dei cittadini si sono spostati sempre più da un generico interesse per la cura di beni comuni “naturali” (quali l’acqua, aria, ambienti e loro fauna e flora), verso beni in degrado o abbandono, sia in contesti urbani che rurali. Si tratta dei cosiddetti “anticommons”, ossia beni di proprietà di chi, detenendo i diritti di veto su quei beni, li può anche non utilizzare e abbandonare al degrado (F.I. Michelman, Ethics, economics and the law of property, «Nomos series», 1982, 24, 1). Ciò può creare un utilizzo “non ottimale”, con conseguente scarsa/nulla “funzione sociale” dei beni da parte di quei proprietari (anche in contraddizione con quanto è riconosciuto dall’art 42 della nostra Costituzione) che talora condannano i loro stessi beni ad una tragedia: la “tragedia” degli anticommons sta proprio nel fatto che scarsi incentivi o rendimenti o investimenti portano progressivamente all’abbandono e degrado di numerosi beni (si pensi ai 5 milioni di immobili abbandonati in Italia, secondo una stima di Legambiente).

Così, soprattutto con l’inizio della crisi economica dello scorso decennio, molti cittadini attivi si sono presi cura di alcuni “anticommons” per lo più di proprietà degli enti locali, con l’effetto tra l’altro di aumentare la qualità della propria vita, a parità di reddito. Perché curando i beni che, nei loro territori, sono abbandonati o sottoutilizzati, favoriscono negli stessi luoghi lo svolgimento di attività di tipo sociale, ludiche, ricreative, culturali e di solidarietà di vicinato. L’effetto è che a parità dei loro redditi (se non addirittura in diminuzione) essi aumentano, di fatto, per tale via, la capacità di acquisto delle loro entrate. Se infatti ho, per esempio, una ludoteca per i bambini della strada in cui vivo, una biblioteca aperta sino alle ore 24 per gli studenti, uno spazio verde in cui trovarmi con amici e parenti, un corso di yoga o di lingue nelle ore serali della scuola di mio figlio: tutto questo equivale ad una capacità di spesa maggiore a parità di reddito, in quanto non è necessario spendere per quelle attività e spazi che i cittadini stessi organizzano, perché i cittadini ne sono direttamente produttori e consumatori. Essere cittadini attivi, in questo senso, può essere conveniente! Quindi avere beni comuni curati dai cittadini, significa anche aumentare il benessere a parità di entrate. E questa è certamente una prima “ricchezza” che questi cittadini creano: una “ricchezza” per loro stessi e per chi vive ed utilizza quei beni comuni, attraverso ciò che era “sottoutilizzato” o abbandonato, rendendolo fruibile a tutti e quindi “valorizzandolo”.

2) Le esternalità positive dei beni comuni: l’indotto e il valore dell’area in cui si vive.

Ma così facendo, i cittadini che operano insieme sui territori creano una ricchezza che non è più quindi solo quella personale. Bensì collettiva, della comunità. Ed è proprio in ciò che sta un altro tipo di ricchezza che si crea sui territori. Il bene comune rigenerato, rivitalizzato, acquista indubbiamente un valore maggiore perché tolto dal degrado e dall’abbandono. Ma non solo. Un’area in cui si cura l’ambiente acquista anche un valore maggiore per tutti. Si creano quelle che gli economisti chiamano “esternalità positive” dei beni comuni. Per capirci: un immobile “vale” di più in un’area che non è degradata, in cui prima si spacciava o che era pericolosa; se invece in quei luoghi i cittadini ci vivono e si ritrovano (anziché andare altrove), organizzano eventi, rigenerano spazi, allora anche le case in quell’area “valgono” di più, così come le attività commerciali che già vi sono o nuove attività che possono avviarsi in quei quartieri/aree (per esempio bar o sale cinema, teatro, biblioteche, mostre, laboratori artigianali, riparazione di bici e così via).
Le esternalità positive dei beni comuni sono “immateriali” come la fiducia reciproca, il senso di “sicurezza” dei luoghi in cui si vive, l’inclusività: ma questi aspetti creano un valore maggiore anche dei beni “materiali” (spazi urbani, abitazioni, attività commerciali) perché attraverso la cura dei beni comuni, tendono ad acquisire maggiore “valore” quei luoghi, non solo per chi ci vive (valore d’uso) ma anche per gli altri (valore di scambio). Quei luoghi, in sintesi, “valgono” di più perché sono “grumi” di relazioni sociali positive. E’ ciò che crea capitale sociale e benessere delle comunità. E questi aspetti non sono quasi mai resi “visibili” e sono difficilmente “quantificati”. Ma è proprio l’insieme di queste esternalità positive che costituisce il “seme” di un nuovo tipo di sviluppo locale di quei territori: sviluppo sociale ed economico tra loro strettamente connessi. Anzi: uno sviluppo sociale connesso ai beni comuni che, con le sue “esternalità positive”, crea anche un nuovo tipo di sviluppo economico locale. Non viceversa!

Dalla coscienza dei luoghi all’economia circolare

Come può accadere che tutto ciò diventi anche un nuovo genere di sviluppo locale? In ciò gioca un ruolo strategico la capacità abilitante delle istituzioni, come è emerso da una recente ricerca riferita ad uno specifico territorio della Toscana in cui si è approfondita l’analisi. Quando i cittadini che si occupano di cura dei beni comuni riescono a coordinare o integrare le loro attività con le istituzioni locali, con continuità in “spazi” specifici che possiamo chiamare “laboratori” territoriali, ci si può accorgere che emerge quel fenomeno che abbiamo chiamato “coscienza dei luoghi”. Le persone, cioè, sono interpreti dell’ambiente in cui vivono, sviluppando cooperazione, collaborazione reciproca, in cui gli aspetti produttivi e di vita sociale sui territori s’intrecciano indissolubilmente in un comune modo d’intendere, vivere e progettare i luoghi stessi da parte dei cittadini e istituzioni insieme. Ciò può avere un duplice effetto:

1) si crea un “vantaggio competitivo localizzato”, una “cultura” locale dei beni comuni che rigenera e rimette in circolo risorse nascoste delle comunità e dei territori, specifiche di quei luoghi. Sono gli stessi “vantaggi” individuati in numerosi studi e ricerche posti già alla base dei distretti industriali e dei network di imprese, in cui si evidenzia come si viene a creare una sorta di comunità sociale tra i produttori dell’intera catena del valore territoriale, capace di risolvere i problemi che si pongono nell’attività ordinaria di queste organizzazioni, sviluppando collaborazione e coordinamento sui territori e sinergie con i consumatori (G. Becattini, Ritorno al territorio, il Mulino 2009).

2) Si creano così, per tale via, anche “economie circolari”. Favorire la crescita di una comunità che cura ciò che è sottoutilizzato o abbandonato significa infatti anche attivare cicli rigenerativi di spazi e abitazioni/immobili, cibo e terre, ma anche persone con le loro competenze e saperi. E questo lo abbiamo visto in territori in cui i beni comuni sono diventati simbolo e scintilla di questa “circolarità” valorizzando le filiere che si realizzano nella comunità (per esempio la filiera del cibo), ed i saperi dei luoghi (come il vernacolo e i dialetti, i sentieri e i siti storici, le mura urbane, ecc…), valorizzando sempre più i “vantaggi competitivi” dei luoghi e di chi vi abita in termini di nuove attività con effetti economici sui territori (si vedano per esempio i comuni di Capannori, Campi Bisenzio e Lucca).

Ma perché questo salto di qualità possa avvenire sono necessarie le capacità “abilitanti” delle istituzioni:   lentamente ma progressivamente, trasformando una miriade di esperienze locali di cittadini attivi per la cura dei beni comuni, da frammenti a distretto di cooperazione e di economia circolare, sperimentando specifiche politiche di amministrazione condivisa. In tal senso è fondamentale individuare a priori anche gli effetti economici della cura condivisa dei beni comuni: vederne i benefici di medio-lungo periodo per scegliere le politiche locali più idonee e sperimentarle. Ma evitando anche di fare l’errore – come talora ci sembra accada – di incentivare e sostenere solo le esperienze che hanno effetti produttivi immediati. Perché è l’insieme delle azioni di cura dei beni comuni che crea l’humus necessario allo sviluppo dei distretti e delle economie circolari. Promuovere solo ciò che produce effetti economici immediati sarebbe miope, fuorviante e metterebbe a rischio il significato della cittadinanza attiva per i beni comuni ed il ruolo dell’amministrazione condivisa.

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Uno scomodo innovatore

Articolo scritto da :Stefano Cianciotta

Un innovatore, capace di rompere gli schemi e di cambiare per sempre le relazioni industriali e la rappresentanza nel nostro Paese. Il mio commento sulla scomparsa dell’Ad di FCA Sergio Marchionne, sul quotidiano La Città-Resto del Carlino.

L’Italia è un Paese che deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di Nazione, disse una volta Sergio Marchionne. E per farlo, interpretando il suo pensiero, l’Italia deve tornare a valorizzare i talenti, ad attrarne dalle altre nazioni, a non cedere agli alibi e al vittimismo, evitando i compromessi al ribasso.

Per queste ragioni ho sempre amato Marchionne, la cui storia di emigrante diventato manager globale, dovrebbe inorgoglire tutti gli Italiani e invece li divide in modo superficiale, come se tutto potesse essere ridotto ad una semplice disputa sportiva.

O peggio, riattiva l’odio di classe verso chi ce l’ha fatta, contro chi ha avuto successo, come se la conquista della vetta non dovesse rappresentare l’esercizio più alto verso cui tendere e provare ammirazione. Soprattutto se a diventare il numero uno è un innovatore scomodo venuto dalla provincia, figlio di un carabiniere.

Le sue azioni e il suo ambiare per sempre esempio hanno dato speranza a quegli Italiani, che ogni giorno si impegnano per migliorare il nostro Paese. Le sue scelte radicali hanno cambiato le relazioni industriali e il suo modo di innovare il lavoro ha inciso più di venti anni di riforme.

Il primo colpo ben assestato al sistema della rappresentanza Sergio Marchionne l’ha dato alla fine del 2011, quando fece uscire l’azienda di Torino da Confindustria. Da allora tutto è cambiato nelle relazioni tra le imprese, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali ed i territori.

Ognuno si è mosso in modo autonomo e, complice anche la debolezza della politica che non è riuscita a costruire una sintesi adeguata, Confindustria e sindacati per molti anni non sono stati più in grado di promuovere un approccio innovativo e sinergico alla risoluzione dei problemi. E la conflittualità, esasperata dalla crisi economica, si è tradotta in meno iscritti dall’una e dall’altra parte.

Alla fine del 2016, però, l’inversione di tendenza significativa destinata a cambiare le regole del gioco, e a innescare una nuova stagione di relazione, meno conflittuale e più costruttiva.

Prima il Patto per la Fabbrica, lanciato ad ottobre dal numero uno di Confindustria Boccia a Capri, e poi l’intesa siglata a novembre in Federmeccanica (con il quale per la prima volta sono state messe la formazione continua e il tema caro a Marchionne della valorizzazione delle competenze al centro dell’agenda oltre ad un aumento in busta paga di 92 euro mensili), hanno proiettato imprese e sindacati in un nuovo perimetro di gioco.

In un contesto di sfide nuove sia di prodotto (auto elettrica) che di organizzazione (sperimentazione anche in Italia del sistema tedesco che prevede la partecipazione del rappresentante degli operai nel Cda delle imprese) il sindacato e gli imprenditori o cambiavano strategia e atteggiamento, o sarebbero stati destinati a tutelare solo se stessi perché nessuno avrebbe trovato più convenienza ad iscriversi e a farsi rappresentare.

Se non ci fosse stato Marchionne ai vertici dei metalmeccanici della Cisl non sarebbe mai arrivato un altro innovatore, Marco Bentivogli, che ha modificato strategie, linguaggio e percezione di un sindacato che solo pochi anni prima si trovava a dover affrontare le pensioni d’oro dell’ex numero uno Bonanni, e una successione (quella targata Furlan) poco mediatica ed empatica.

Dai meccanici di Cgil e Cisl, non a caso i settori più industrializzati e forse gli unici in grado di comprendere davvero la portata negativa di almeno un ventennio di anticultura d’impresa e di interpretare la rottura del pensiero di Marchionne (le diatribe su Pomigliano e Melfi sono destinate a restare nella storia delle relazioni industriali italiane), è partita la costruzione di un nuovo sindacato, che ha voluto sperimentare nelle relazioni industriali, investire su un nuovo sistema di rappresentanza, farsi davvero innovatore e profeta, per citare le parole con le quali Papa Francesco ha indicato l’anno scorso alla Cisl la nuova strada lungo la quale muoversi.

Per tutte queste ragioni dobbiamo dire grazie a Sergio Marchionne, figlio della provincia agricola italiana (Remo Gaspari avrebbe trasformato la provincia di Chieti in una delle più industrializzate d’Italia molti decenni dopo), che è stato capace di innovare nel mercato del lavoro italiano più di quanto abbiano fatto tutte le riforme che si sono succedute negli ultimi venti anni.

L’Abruzzo e l’Italia devono rendergli omaggio con strade e piazze, ma soprattutto intitolandogli Scuole e Aule universitarie, i luoghi dove i talenti incontrano le occasioni.

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opportunità è necessità? facciamo fatti per il turismo con sinergia ! . . .

Siamo d’accordo tutti che le parole “sinergia - sistema – rete” sono spesso utilizzate a sproposito e da tutti  – noi cerchiamo di utilizzarle solo quando possiamo riempirle di un significato concreto e tangibile, che è poi l’obiettivo della nostra attività promotiva.

Sul nostro blog sensibilizziamo a fare squadra – sistema – rete  cercando la collaborazione con persone che sono interessate a fare anziché parlare.

Per quanto se ne parli ! . . . è né parliamo ogni 3 giorni sul ns blog però ! si intuisce che, fare sistema-sinergia-rete- non è affatto semplice:

bisogna superare atteggiamenti modi di porsi di pensare, campanilismi, invidie o le naturali resistenze che potrebbero avere, ad esempio, un produttore un operatore un politico o privato a mettersi in rete con un competitor.

Sono anni ormai che nelle regioni del nord sviluppano progetti di rete in ambito turistico e agroalimentare e notiamo che i benefici superano di gran lunga queste iniziali difficoltà.

Per le piccole realtà – siano esse pubbliche o private – mettersi in rete è l’unica strada possibile per ottenere fondi, guadagni e visibilità ! Anche le istituzioni lo devono recepire - infatti tutti i GAL finanziano progetti integrati di filiera: le imprese turistiche dovranno candidarsi ai bandi GAL i progetti comuni che beneficeranno dei fondi per la messa a sistema; i contributi per le singole imprese ci saranno ma solo per quelle che fanno parte di un progetto integrato !

È proprio con questa è in questa ottica ci si deve muove e scegliere la collaborazione per la realizzazione di tante interessanti iniziative in ambito pubblico, privato e pubblico-privato.

valorizzazione turistica (se né parla da oltre 50 anni nel nostro comprensorio) dei comuni della nostra costa (Saracena etc. e chi più ne ha né metta ! . . .) ad oggi esclusi dai principali itinerari turistici. Promuovere un progetto culturale turistico che ci accomuna per fare leva per promuoverci in rete. (la rete non è solo internet ! . . .)

Discorso analogo per un’iniziative promo-commerciale per sviluppare aziende turistiche (bed&breakfast, hotel, agriturismi, affittacamere) del versante est – ovest. Con l’obiettivo finale di realizzare, un educational tour rivolto a tour operator esteri – dobbiamo  iniziare un lavoro di ricognizione dell’offerta turistica delle aree coinvolte, cui seguirà un portfolio di proposte turistiche rivolte al mercato internazionale. 

 E’ evidente che nessun operatore privato può sviluppare un’iniziativa al di fuori di un sistema che permette da una parte di ottimizzare i costi e dall’altra di attrarre i tour operator esteri con un prodotto ricco e completo.

Una sinergia pubblico-privato -

Fiore all’occhiello degli eventi di promo-commercializzazione.

Inutile dire che la chiave per realizzare iniziative di questo tipo è la qualità del progetto di rete: il risultato finale deve riuscire ad esaltare le caratteristiche e i punti di forza di ciascun operatore o ente coinvolto ma al contempo essere in grado di soddisfare i bisogni del mercato.

Questa è la metodologia che vorremmo sviluppare nel nostro territorio, per fare ciò ! . . . . . bisogna passare da tutto quanto finora divulgato nel nostro sito dal 2008 ad oggi.

 Progetti in rete ! Se sei un operatore turistico o un ente che vuole provare a creare una rete per promuoversi in Italia o all’estero ora sai come iniziare e a chi rivolgerti !

Non si può cambiare se continuiamo ad avere lo stesso atteggiamento degli anni 60 ancora oggi.

Dobbiamo quindi individuare quelle attitudini e quegli schemi che trasformino o creino situazioni diverse dalle attuali assumendo un atteggiamento, presente, attivo e consapevole.

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CURIOSI - CREATIVI - INTRAPRENDENTIATTIVI NEL REALIZZARE

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Organizzazione :   tel. mobile 347-4629179  e-mail : comitato@trazzeramarina.it

lavoro che cambia ! . . . organizziamoci ! . . .

Assistiamo inermi alla fuoriuscita dal mondo del lavoro di forze neutralizzate dal progresso tecnologico, e dall’altra, contemporaneamente, constatiamo la necessità di un sensibile aumento del livello di preparazione culturale e professionale. Sussiste il rischio del consolidamento di una sorta di vuoto formativo capacitivo che privilegia pochi ed esclude o emargina i molti. La questione, peraltro, evidenzia l’ulteriore pericolo di un possibile conflitto generazionale. Le nuove opportunità tecnologiche da un lato, e l’arcipelago contrattuale e dei lavori atipici dall’altro, che sembrano stravolgere i luoghi della produzione: le ipotesi di telelavoro, le innumerevoli previsioni delle più diverse prestazioni e collaborazioni professionali part-time, lavoro interinale, ecc. In tutti questi casi e seppure con intenti e modalità differenti, il lavoro esce dall’organizzazione.

 La contaminazione dei linguaggi. Questione non recente che, tuttavia, sembra persistere: il gioco di squadra nell’impresa e nell’organizzazione pubblica; il management scolastico; l’imprenditore skipper, navigare in internet; la tematica delladimensione estetica nelle organizzazioni e della bellezza nel/del lavoro, prima relegata in altri mondi: dalla natura all’opera d’arte  stesse metafore organizzative: le organizzazioni come macchine, organismi, cervelli, prigioni psichiche, culture.

 L’accentuazione di alcune parole chiave in sempre più diversi contesti: flessibilità professionale e organizzativa, ma anche nella vita quotidiana, nei rapporti, nelle relazioni; l’impresa corta, snella, ma, in fondo, anche la stessa famiglia, non solo più soltanto nucleare, ma pure non tradizionale, snella in quanto a libertà.

Non si può cambiare se continuiamo ad avere lo stesso atteggiamento che abbiamo avuto finora.

Dobbiamo quindi individuare quelle attitudini e quegli schemi che trasformino o creino situazioni diverse dalle attuali assumendo un atteggiamento, presente, attivo e consapevole.

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

 

Da soli non ci si salva !!  

  con il buonsenso possiamo costruire le condizione per condivisione e meritocrazia.

                 accelerare l’innovazione e sviluppare Il buon senso

Cerchiamo volonterosi per costruire un pezzo di mondo migliore, una piccola Comunità impegnata ad inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere, aprirsi al lavoro produttivo.

Abbiamo dei progetti ! da realizzare ! 

Creare una squadra di persone curiose, creative ed intraprendenti che prima di tutto vogliono scoprire il mondo e fornire le migliori risposte ai problemi che incontrano.

CURIOSI - CREATIVI - INTRAPRENDENTIATTIVI NEL REALIZZARE

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movimenti.

facciamo squadra per intercettare fondi Ue

  ALCUNI   ESEMPI  :  Opportunità sui fondi Ue a portata di click grazie al nuovo sito Ansa

I protagonisti raccontano risultati, esperienze, prospettive :

 

FONTE : estrapolato da articolo ANSA

http://www.ansa.it/europa/notizie/la_tua_europa/opportunita/2018/07/18/nelle-marche-nasce-la-fondazione-per-intercettare-fondi-ue_ef625b6d-da95-4399-a527-3a262578832c.html

ANCONA – Presentata oggi in un incontro stampa ad Ancona la neonata Fondazione Cluster Marche, che raccoglie in un unico soggetto giuridico, operativo e gestionale 150 associati, tra imprese private e soggetti pubblici, allo scopo di favorire l’innovazione e incrementare la produttività e la crescita del territorio, intercettando anche fondi europei.

Un’opportunità particolarmente importante per le piccole e piccolissime aziende, che potranno anche usufruire di una struttura competente ed efficiente per accedere ai bandi di finanziamento europei.

La Regione Marche in base alla cosiddetta Strategia di Specializzazione Intelligente indicata dall’Ue, che prevede una serie di azioni volte a incrementare l’innovazione del sistema produttivo. Si tratta del cluster Marche Manifacturing (robotica, meccatronica ed efficienza energetica), e-Living (domotica, salute e benessere e prodotti per migliorare la qualità degli ambienti di vita), Agrifood Marche (settore agro-alimentare con particolare riguardo alla qualità e certificazione dei prodotti) e In Marche (calzature e legno-arredo Made in Italy). Ai loro soci si deve già l’organizzazione di 110 eventi e 12 progetti europei, ma la posta in gioco – ha comunicato la dirigente regionale Patrizia Sopranzi – è molto più alta.

Si stima infatti che le risorse pubbliche che verranno destinate alle priorità individuate ammontino a 510 milioni di euro, provenienti da fondi Por Fesr, Fse e Fears, ma anche da risorse nazionali (Fondo crescita sostenibile), o da programmi a gestione diretta della Commissione Europea (Horizon 2020, Cosme). “Un esempio lampante – ha concluso Bora – di come sia falsa e priva di onestà intellettuale la critica di coloro che sostengono cha la Regione Marche non abbia una politica industriale”.

L’obiettivo è promuovere una maggiore conoscenza per intercettare i fondi della Comunità Europea attraverso proposte formative legate al tema ed orientate alla progettazione 

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

Da soli non ci si salva !!  

 

 con il buonsenso possiamo costruire le condizione per condivisione e meritocrazia.

                 accelerare l’innovazione e sviluppare Il buon senso

Cerchiamo volonterosi per costruire un pezzo di mondo migliore, una piccola Comunità impegnata ad inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere, aprirsi al lavoro produttivo.

Abbiamo dei progetti ! da realizzare ! 

Creare una squadra di persone orgogliosi, creativi ed intraprendenti che prima di tutto vogliono scoprire il mondo e fornire le migliori risposte ai problemi che incontrano.

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attivismo cooperativo per modelli di sviluppo locale

Per il suo carattere innovativo e per il suo processo partecipativo, l’impresa di attivismo cooperativo, come dimostra la sua rapida diffusione e l’attenzione registrata, rappresenta un potenziale strumento in grado di catalizzare attivismo civico e autoimprenditorialità, in relazione partecipativa e collaborativa con le amministrazioni locali sui temi dei beni comuni.

Le imprese a governance aperta e partecipata impegnate nella produzione o gestione di beni e servizi (anche di proprietà pubblica o collettiva) che perseguono l’obiettivo del miglioramento del benessere della comunità di riferimento, riflettono infatti un modello che privilegia l’emersione e la valorizzazione di opportunità in territori esclusi, oppure coinvolti solo marginalmente, dall’incremento rilevante dei flussi turistici.

Oltre alla valorizzazione integrata del territorio attraverso la tutela delle biodiversità e delle coltivazioni tradizionali e la fruizione sostenibile del bene ambientale, la gestione condivisa quale strumento di progressiva affermazione come risposta in forma aggregata ai nuovi e antichi bisogni espressi (o ancora inespressi) dal territorio nell’utilizzo comune delle risorse, la cura condivisa del territorio verso l’attivazione di esercizi pubblici e servizi essenziali alla fruizione turistica.

L’obiettivo è promuovere una maggiore conoscenza dell’amministrazione condivisa attraverso proposte formative legate al tema dei beni comuni, orientate al confronto e all’identificazione di spazi su cui costruire percorsi rigenerativi idonei a renderli luoghi di partecipazione, di cittadinanza, di nuove relazioni.

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

Da soli non ci si salva !!  

 

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Abbiamo dei progetti ! da realizzare ! 

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La Dignità si acquisisce Lavorando

Il dibattito democratico è il fondamento di ogni Liberaldemocrazia, soprattutto su questioni di fondamentale importanza come il lavoro. Ma richiede tempo e competenze. Non può essere risolto facendo solo chiacchiere e tavole istituzionali, che sembrano più un’opportunità politica che un luogo di confronto. Questa fase storica è una delle più straordinarie trasformazioni sociali degli ultimi secoli. L’era del Digitale si evolve ad una velocità troppo elevata per le nostre capacità cognitive.

Le discussioni partigiane – oltre le consuete prassi negoziali – non aiutano a comprendere la complessità del problema e quindi a trovare le soluzioni adeguate.

Le trasformazioni del mercato del lavoro sono una grande opportunità, soprattutto per i giovani. La problematica principale del processo di cambiamento: molti rischiamo di restare esclusi dai vantaggi che dovremmo invece ricavarne. La flessibilità cui non seguono adeguati salari che, ad oggi, rimangono stagnanti come la produttività.

I giovani possono godere di un mercato flessibile che può significare svolgere più lavori contemporaneamente. Si devono però garantire adeguate risorse affinché il giovane possa beneficiarne in concreto e proteggere la propria prosperità. Il concetto diventa ancora più importante quando il lavoro si trasforma sotto la spinta tecnologica e, di conseguenza, diventa necessario un periodo di formazione e/o compensazione fuori dal mercato attuale.

Il processo qui sintetizzato deve essere favorito per creare occupazione ma anche per favorire la produttività, i consumi e in generale la crescita economica e sociale.

Serve una riflessione che aiuti a comprendere ciò che sta avvenendo e che avverrà. Soprattutto, servono politiche attive che vengano garantite da attori affidabili e competenti sul mercato. Siano essi di natura pubblica o di natura privata. Solo così potremo elaborare delle soluzioni di lungo termine che possano favorire quell’ecosistema competitivo di cui abbiamo bisogno.

IL NOSTRO INVITO:  Vogliamo esortare i nostri rappresentanti al Governo a confrontarsi maggiormente con tutte le parti per giungere ad analisi e soluzioni condivise. Ne abbiamo davvero bisogno.

Fare parte di in un team e riuscire a lavorare in armonia con persone nuove migliora il clima di lavoro e di conseguenza aumenta i vantaggi anche in termini di produttività.

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