allarme ed attenzione . . . occorrono rimedi urgenti ! . . .

Attenzione la pandemia mondiale covid 19  ci ha portato all’ISOLAMENTO sociale.

   I sintomi sono molti e lo attribuiamo alla crisi – al covid 19 – a internet – ai politici – etc.

  Cresce la disaffezione all’unità, la nausea verso la scenario politico.

 Divisi tra servili o traditori. Il distinguo politico è, sono a favore del governo coloro che sono nel governo – sono contro il governo coloro che ne sono fuori.

  Cresce la popolarità di Papa Francesco.

 Decresce  il numero dei lettori di giornali e di telespettatori del Tg e la motivazione  principale è per non vedere le solite brutte notizie e le solite brutte risse.

 Cresce il numero di morosi, di imboscati, di penitenti, di renitenti alle cartelle fiscali, alle utenze, agli strozzini e cravattari.

 Cresce la nausea per le facce e le parole della crisi e della pandemia, per il mimetismo variabile delle Tasse e il ricalcolo quotidiano.

  Cresce la MAZZATA (covid19) per il dominio sulla terra.

La chiameremo STRUNZISMO perché si manifesta con la tendenza a mettere la testa  sotto la sabbia per non vedere, sentire e parlare, confrontarsi con rispetto uno dell’altro.

  Lo  “Struzzista”  Non protesta ma si sfila. Al massimo ti risponde non c’è speranza dobbiamo andare all’estero.

  Ficca la testa nella sabbia della sua privacy, dei giochini elettronici touchtablite, delle cuffie e delle ipocondrie personali siamo “Un Popolo Struzzato“.

 Una volta esisteva un tutt’altro Popolo!!

  Forse più bigotto, che credeva nella Chiesa, rispettoso e legato all’amicizia, ai propri simili, alla propria famiglia e agli anziani .

Dov’è  Finito  ? . . .

Dopo 580 publicazioni circa, dieci anni di sensibilizzazione, vari tentativi di fare squadra – sono arrivato alla determinazione che tutto ciò deve culminare nel trovare persone che vogliano portare tutte queste idee fin’ora divulgate – in una associazione che s’è n’è occuppi con personaggi a trazione integrale sociale direzionale nelle scelte e nel patrimonio culturale economico del territorio, affinchè gli associati possano unire le forze e rappresentarle presso le sedi preposte all’ascolto per la tutela del cittadino e suoi diritti doveri. L’associazione utilizza la forza degli associati e del territorio per ottenere diritti e doveri a favore del territorio e di chi vi abita.

Questa pandemia sta cambiando radicalmente la vita quotidiana di sempre più persone e di intere comunità e nazioni. Oltre alla crisi sanitaria mondiale, il coronavirus sta avendo anche un grave impatto economico su persone, piccole imprese e aziende del settore medico.

Fortunatamente, possiamo tutti fare qualcosa e insieme possiamo fare la differenza Vogliamo produrre cambiamenti positivi e consentire alle persone di aiutarsi tra loro con Finanziamento dal basso.

Diffondere la cultura del dono per la cultura socialee formare figure che possano occuparsi delle idee da portare avanti una priorità per non sprecare la disponibilità e sensibilità dimostrate dai cittadini e dalle imprese del territorio, un’organizzazione che sceglie la strada della raccolta fondi significa da un lato impegnarsi alla massima trasparenza e apertura nelle proprie modalità di gestione e uso delle risorse ricevute, e dall’altra accettare di mettersi in discussione, aprirsi al dialogo con chi dona, con le sue aspettative, con le sue motivazioni, fornendo una prova inconfutabile sull’operato, una realtà di fatto che apre la strada alla partecipazione di privati cittadini che desiderano essere protagonisti della conservazione, della valorizzazione e della promozione del proprio territorio e dei beni di proprietà pubblica, orientamento che non venga più percepito come scelta emergenziale ma inteso al pari di qualsiasi altra spesa per dotarsi di strumenti e professionalità specialistiche, ma che si possa vedere il fundraising non solo è come “competenza”, quanto piuttosto come meccanismo generativo di cambiamento (dal basso).

Condividere, in concreto, significa moltiplicare le energie e i benefici. Significa scegliere di far parte di una comunità, non solo per caso o per necessità, ma perché la si ama, la si cura, ci si preoccupa di rimetterla in piedi quando è caduta. Ci si fa carico dei bisogni e delle risorse come se fossero propri.

 Anzi: lo sono. Per questo pensiamo che non limitarsi a delegare ma amministrare in gruppo, in squadra, è più efficace e dura più a lungo.

Vogliamo continuare a essere al fianco di cittadini, Terzo settore e istituzioni che credono nella cura condivisa dei beni comuni come cura della nostra stessa democrazia. Un’associazione di promozione sociale e tutte le nostre attività sono senza scopo di lucro.

Perché una vera ricostruzione è possibile solo tornando a essere comunità.

Parla con amici e parenti, è il metodo più efficace per aiutarci a PARTIRE ! . . .

Lavorare alla diffusione di una cultura diversa, che faccia comprendere come la donazione non sia mai un fatto unilaterale, ma uno scambio sociale complesso che produce benefici non soltanto per chi riceve, ma soprattutto per chi dona, nella misura in cui questo dono ha un perché.

Donare serve più a chi dona nel momento in cui il dono diventa un’opportunità per riflettere sul modo in cui si vive, sulle scelte che si fanno, sulle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta.

La raccolta fondi è sicuramente un’attività che richiede un corpus di tecniche, conoscenze specialistiche, esperienza professionale; ma allo stesso tempo, è soprattutto il punto di arrivo di una catena di relazioni e interazioni sociali basata non tanto sul meccanismo della dazione, quanto sulla creazione di forme di scambio sociale complesse.

Al donatore non si chiede necessariamente denaro. In primo luogo, gli si chiede attenzione e partecipazione nei confronti di una causa socialmente meritoria; a questa causa si può contribuire in varie forme: sonando tempo, competenze professionali, legami relazionali, ma anche, in alcune circostanze, la propria credibilità personale.

Ecco quindi l’invito rivolto a tutti di guardare al vicino, senza aspettare provvidenze dall’alto, rimboccandosi semplicemente le maniche!

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

l progetti nascono dalle idee di affrontare problemi reali con iniziative attive ed atteggiamento positivo - proattivo - collaborativo.

 

 

 

il nostro comitato per . . . diritti e doveri . . . buone festività . . .

La Costituzione italiana riconosce ai cittadini una serie di diritti civili, diritti economico-sociali e diritti politici. I diritti civili vengono definiti ‘diritti di libertà‘ e si suddividono in libertà individuali (ad es., la libertà personale) e libertà collettive (ad es., libertà di associazione). I diritti economico-sociali comprendono la proprietà privata, il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, alla salute ecc. I diritti politici garantiti sono il diritto di elettorato attivo e passivo, il diritto di petizione, il diritto di accesso agli uffici pubblici.

 1. I doveri inderogabili. La Costituzione prevede una serie di doveri pubblici che lo Stato può vantare nei confronti dei singoli, affinché sia data concreta attuazione al principio di solidarietà sociale. Tali doveri vengono detti inderogabili poiché nessuno può essere esentato dalla loro osservanza, in quanto costituiscono il fondamento di una pacifica e costruttiva convivenza. In particolare la Costituzione impone ai cittadini i seguenti doveri:

a) il dovere del lavoro, nel senso di «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»

b) il dovere di difendere la patria e di prestare il servizio militare obbligatorio cost 52 (il legislatore, tuttavia, ha riconosciuto L 695 24/12/1974 il principio dell’obiezione di coscienza come espressione della libera esplicazione della propria personalità, consentendo agli obiettori di prestare un servizio sostitutivo civile);

c) il dovere di prestazioni patrimoniali (imposte) per concorrere alle spese pubbliche, in proporzione alla propria capacità contributiva cost 53. Per quanto concerne gli stranieri, l’obbligo di contribuire alle spese pubbliche è riferito a coloro che vivono o hanno un reddito prodotto in Italia;

 d) il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi cost 54; a quest’ultimo dovere sono tenuti anche gli stranieri e gli apolidi presenti nel territorio dello Stato.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

l progetti nascono dalle idee di affrontare problemi reali con iniziative attive ed atteggiamento positivo - proattivo - collaborativo.

 

Organizzazione no profit  per l’evoluzione sociale:
LOTTIAMO PER LA SOPRAVVIVENZA NON PER LA LOTTA DI CLASSE ! . . .
Se sei interessato/a a far parte della squadra del COMITATO TRAZZERA MARINA  fine pagina trovi - lascia una risposta - scrivi i tuoi riferimenti - ti contatteremo.
– tel. mobile 347-4629179  e-mail : comitato@trazzeramarina.it

Abbiamo bisogno di un nemico ! . . .

Cambiamo non solo in termini di età anagrafica, ma anche, e soprattutto, nella percezione del sé e nelle nostre dinamiche interiori. Questi cambiamenti necessitano  della accettazione di un sé in continua mutazione, anche nelle parti “oscure” che non apprezziamo, che tendiamo a rifiutare e  a proiettare all’esterno di noi, sugli estranei.

Il processo di “creazione del nemico” attraverso meccanismi di costruzione di una immagine ostile dell’altro, o di un gruppo di altri. Un processo complesso ed articolato che trae origine  innanzitutto dal pregiudizio, cioè sul giudizio dato apriori, a prescindere dal dato reale, per poi radicarsi in forma più o meno esplicita di odio.

Questo processo è sempre basato sulle differenze osservate o percepite, ad esempio l’estensione di alcuni giudizi generici sui “giovani d’oggi” a volte troppo pigri, a volte troppo scalmanati e così via in una serie di presunti eccessi. Lo stesso accade per  “gruppi marginali” come gli zingari che “fanno quello che vogliono” e “non hanno voglia di lavorare”.

Estraneità ed ostilità sono due fattori autoalimentanti e, spesso, sconfinanti nell’odio. L’immagine del nemico e dei sentimenti ostili che proviamo verso di ….ha la caratteristica di essere “contagiosa”, ovvero che tanto maggiore è la nostra percezione degli elementi che rendono l’altro un “nemico”, tanto più facilmente questi vengono assegnati a gruppi sempre più ampi di persone.

Quando proviamo un sentimento ostile,  ne cerchiamo conferme attraverso altre persone che provano sentimenti analoghi per costruire una giustificazione alla nostra ostilità. Il punto chiave di questo comportamento è che avendo assegnato l’etichetta di “cattivo” a qualcuno, colui che prova odio si pone automaticamente nella condizione di “buono”, arrogandosi diritti che non ha, come ad esempio di emarginare i “cattivi”.

La costruzione di una immagine del nemico è funzionale alla stabilizzazione dell’autostima, soprattutto quando abbiamo una percezione del nostro “noi” fragile.

E dunque di fronte a questo cratere che ingoia posizioni sociali, risparmi di una vita, progetti per il futuro ed anche affetti, tutto diventa instabile e può anche “crollare”. Chi aiutava gli altri, può trovarsi nella situazione di dover essere aiutato lui stesso.

Ecco quindi l’invito rivolto a tutti di guardare al vicino, senza aspettare provvidenze dall’alto, rimboccandosi semplicemente le maniche!

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

 

indifferenti sfiduciati IMPAURITI ! . . .

Ci sentiamo schiacciati dell’enormità dei problemi, che sembrano lontani ma in realtà ci riguardano tutti e tutte molto da vicino. L’osservazione è “Non possiamo fare nulla per salvare il Mondo, ma possiamo fare qualcosa, dobbiamo fare qualcosa di concreto per aiutare chi ci sta vicino”. Lo può spiegare?

L’attuale pandemia per la sua dimensione globale, ha colto il mondo  impreparato, ha impietosamente messo in evidenza la vulnerabilità, dimostrandoci che il virus non conosce né muri, né altri tipi di barriere, ma ha anche reso temporaneamente efficace, sotto il profilo motivazionale, il sentimento della paura. La paura per un’infezione circolante, potenzialmente letale per noi stessi per i nostri cari, per i nostri vicini, ha fatto sì che si accettassero, senza rivolte, molte restrizioni delle nostre libertà e, segnatamente, i comportamenti imposti per il contenimento del contagio, quali il distanziamento sociale, il confinamento domiciliare ecc.

Se il pericolo si allontana e la paura si indebolisce, però, allora le differenze riemergono e separano. Differenze che comunque c’erano da prima, quei gradi diversi di vulnerabilità che ognuno di noi sperimenta nelle diverse fasi della vita, nelle diverse condizioni di salute, economiche o sociali che il destino gli assegna. Differenze che diventano disuguaglianze che l’epidemia e le misure prese per contenerla nell’immediato, apparentemente nascondono (tutti in pericolo, tutti chiusi in casa, tutti isolati), ma in realtà, soprattutto nel lungo periodo, si rafforzano. Non è lo stesso il lockdown del ricco con villa e giardino e del meno ricco in un appartamento di città, o del povero in due stanze senza balcone, o del senza tetto che non sa dove chiudersi. Non è lo stesso l’isolamento per il giovane e per l’anziano, per il sano e per il malato, per chi ha tutte le abilità e per chi ne ha persa qualcuna.

E dunque di fronte a questo cratere che ingoia posizioni sociali, risparmi di una vita, progetti per il futuro ed anche affetti, tutto diventa instabile e può anche “crollare”. Chi aiutava gli altri, può trovarsi nella situazione di dover essere aiutato lui stesso.

Ecco quindi l’invito rivolto a tutti di guardare al vicino, senza aspettare provvidenze dall’alto, rimboccandosi semplicemente le maniche!

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

il cattivo esempio arriva dagli adulti…

Riteniamo che sia ormai irrinunciabile l’istituzione di un’ora di cittadinanza digitale a settimana per tutti, ma è altrettanto importante agire sulla formazione continua di tutto il corpo docente sui temi delle competenze digitali.

Le parole ci uniscono e ci fanno sentire meno soli.

Ed è per questo che comunicare è il primo passo per creare inclusione.  

Perché chi è affetto da una patologia rara possa sentirsi ascoltato e compreso. 

 Perché possa avere meno paura.

Nella convinzione che, solamente promuovendo una maggiore conoscenza di queste condizioni, incoraggiando il dialogo e “normalizzando” il lessico, sarà veramente possibile abbattere le troppe barriere sociali che ancora esistono, costruendo relazioni e nuovi orizzonti d’inclusione.

Rivolgiamo, poi, una particolare attenzione alle giovani generazioni un messaggio a sostegno della campagna in favore di una comunicazione non ostile.

Lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

 

Investire nel Patrimonio Culturale Italiano. . .

L’Italia possiede il più grande patrimonio culturale a livello mondiale, oltre il 70% dei tesori del mondo in appena 301.338 km². Quasi 5.000 musei, 6.000 aree archeologiche grandi e piccole, 85.000 chiese soggette a tutela e 40.000 dimore storiche censite. Tutto diviso tra proprietà pubbliche, private e miste. Le regioni con più strutture museali (29% del totale) sono Toscana (528), Emilia-Romagna (482) e Lombardia (409). Nel Mezzogiorno si concentra invece oltre la metà delle aree archeologiche (50,8%), il 30,7% si trova in Sicilia e Sardegna. A Roma e Firenze si contano quasi 200 tra musei, aree e monumenti. Un patrimonio inestimabile e irripetibile.

Abbiamo coscienza di tutto questo? Sappiamo dare al nostro Patrimonio il giusto valore?

PERCHÉ È IMPORTANTE

Negli ultimi dieci anni, purtroppo, non si è fatto molto. Significativa la riforma voluta da Dario Franceschini. La riforma Franceschini ha però dato “respiro” a pochi (a mio avviso troppo pochi) musei pubblici. Ha naturalmente fatto anche altro: ha lanciato l’Art Bonus (ottima idea, ma è solo a sostegno degli Enti Pubblici) e ha creato una direzione generale “Direzione Generale Creatività Contemporanea” che svolge le funzioni e i compiti relativi alla promozione e al sostegno dell’arte e dell’architettura contemporanee, inclusa la fotografia e la video-arte, il design e la moda. 

Con la riforma Franceschini si è finalmente iniziato a parlare di fundraising. Ricerca, nuovi allestimenti, manutenzione ordinaria e straordinaria, organizzazione di mostre, innovazione: i fondi servono e ne servono tanti, proprio perché il nostro patrimonio culturale è infinito. Dove prenderli? 

L’ITALIA NON INVESTE NELLA CULTURA

Secondo Federculture, in Italia non spendiamo molto per la cultura: siamo quartultimi in Europa (0,8%) in rapporto al Pil e terzultimi (1,7%) in rapporto alla spesa pubblica totale.  Comuni, Province e Regioni nel 2008 hanno speso circa 6 miliardi e 550 milioni di euro, diventati 5 miliardi e 849 milioni nel 2017. 

Quando mancano o diminuiscono i fondi pubblici, devono necessariamente intervenire i privati.

SERVE IL FUNDRAISING

Lo Stato e gli Enti Pubblici devono fare la loro parte, ma a questi si devono unire anche i cittadini e le aziende. Gli Enti pubblici e privati devono iniziare a fare regolarmente fundraising e non raccolta sporadica di fondi. Devono trovare e fidelizzare i propri sostenitori tra i tanti turisti, italiani e stranieri, che ogni anno ammirano le nostre meraviglie. Devono utilizzare tutti gli strumenti e le tecniche di fundraising e non puntare solo alle sponsorizzazioni perché le aziende hanno voglia di sentirsi parte del cambiamento e non meri firmatari di assegni. C’è molto da lavorare ma i risultati non tarderanno ad arrivare.

In Italia ci sono musei e aree archeologiche che usano il fundraising con ottimi risultati. Purtroppo, sono ancora troppo pochi. Basterebbe scorrere le liste del 5×1000 a sostegno della cultura per rendersene conto. Ci sono strutture con quasi un milione di visitatori che ricevono meno di dieci 5×1000 annualmente. Questo non accadrebbe mai in un’organizzazione non profit. 

Per approfondire l’argomento: “Fundraising e marketing per i musei” oppure “L’inestimabile valore: marketing e fundraising per il patrimonio culturale” di Gabriele Granato e Raffaele Picilli, Rubbettino Editore.

FONTE: COMPETERE scritto da Raffaele Picilli

Lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Beni comuni e amministrazione condivisa • Il punto di Labsus Draghi, i cittadini e la fiducia . . .

Caro Presidente Draghi,
commentando nel 2009 sull’Osservatore Romano l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, appena promulgata, Lei scriveva che «La crisi attuale conferma la necessità di un rapporto fra etica ed economia, mostra la fragilità di un modello prono a eccessi che ne hanno determinato il fallimento. Un modello in cui gli operatori considerano lecita ogni mossa, in cui si crede ciecamente nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, in cui divengono comuni gravi malversazioni, in cui i regolatori dei mercati sono deboli o prede dei regolati, in cui i compensi degli alti dirigenti d’impresa sono ai più eticamente intollerabili, non può essere un modello per la crescita del mondo». Di più, Lei scriveva anche che «uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l’etica» e che dunque «è necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie».
Quando Lei scrisse queste parole era Governatore della Banca d’Italia. Alcuni decenni prima, negli anni Sessanta del secolo scorso, un Suo predecessore nella stessa carica, Guido Carli, aveva affermato che: «La fiducia è il primo bene pubblico che i governanti dovrebbero preoccuparsi di produrre». Noi di Labsus diremmo “il primo bene comune”, ma il concetto è chiaro, la fiducia è un bene comune immateriale che tutti, non soltanto i governanti, dovremmo preoccuparci di produrre e di cui dovremmo prenderci cura, perché una società non può vivere e men che meno prosperare se non c’è fiducia fra i cittadini e fra questi ultimi e le istituzioni.
Ma, come recitava uno slogan degli anni Cinquanta del secolo scorso, “La fiducia nasce dall’esperienza”. E l’esperienza di noi Italiani nei confronti delle istituzioni, nel corso dei secoli, non è stata purtroppo tale da alimentare molta fiducia reciproca. Si tratta dunque oggi di recuperare decenni di esperienze negative, dimostrando con i fatti che ci possiamo fidare gli uni degli altri e, tutti insieme, ci possiamo fidare dei nostri governanti.

I patti come incubatori di fiducia

Ma chi comincia a fidarsi? La fiducia è circolare, nel senso che se si dà fiducia di solito si ottiene di ritorno altrettanta fiducia. Non sempre, naturalmente, perché ci sono anche quelli pronti ad approfittarsi della fiducia altrui. Questo significa che qualcuno deve prendere il rischio di cominciare a fidarsi, senza sapere se otterrà in cambio fiducia o una fregatura. Poiché non tutti sono disposti a correre questo tipo di rischi, si capisce perché in giro ci sia così tanta diffidenza reciproca.
È però in corso in Italia da alcuni anni un’esperienza riguardante decine di migliaia di persone in cui si produce fiducia senza che qualcuno debba rischiare per avviare il meccanismo di affidamento reciproco. Si tratta dei Patti di collaborazione, lo strumento con cui cittadini e amministrazioni condividono responsabilità e risorse per la soluzione di problemi di interesse generale, attraverso attività di cura dei beni comuni materiali e immateriali.
I Patti sono “luoghi virtuali” in cui si incontrano cittadini, associazioni, gruppi informali e amministrazioni, tutti con il medesimo obiettivo, la cura di un bene comune. Di solito l’iniziativa di dare vita ad un patto di collaborazione la prendono i cittadini, quindi in teoria sono loro che “rischiano” dando fiducia all’amministrazione. In realtà non rischiano nulla, perché l’amministrazione cui si rivolgono per stipulare un Patto, avendo adottato il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, è per definizione interessata alla collaborazione con i cittadini e quindi non lascerà cadere la proposta dei cittadini di stipulare un patto per la cura di un bene comune del territorio.
I Patti sono quindi dal punto di vista della produzione di fiducia dei “luoghi” sicuri, dove nessuno dei soggetti coinvolti, privati e pubblici, deve avere remore a fidarsi degli altri. È in questo senso che si può dire che i Patti di collaborazione sono degli “incubatori” di fiducia, nel senso letterale del verbo “incubare” perché, se è vero che la fiducia nasce dall’esperienza, è proprio all’interno dei patti che si fanno quelle esperienze positive da cui nasce la fiducia fra i cittadini e fra i cittadini e le amministrazioni.
Ma la fiducia è contagiosa, pertanto se le persone imparano, collaborando all’interno dei patti, che ci si può fidare gli uni degli altri poi tenderanno a comportarsi di conseguenza anche negli altri rapporti sociali, con effetti positivi a cascata sull’intera società.
E dunque, caro Presidente, tornando a ciò che Lei scriveva sull’Osservatore Romano nel 2009 ed a ciò che diceva Guido Carli, se è vero che “La fiducia è il primo bene pubblico che i governanti dovrebbero preoccuparsi di produrre”, sappia che, se vuole avvalersene, c’è uno strumento per produrre fiducia e coesione sociale efficiente, economico e collaudato in migliaia di casi, anzi di Patti. Basta che Lei, per primo, dia fiducia ai cittadini, riconoscendo che le persone sono portatrici non soltanto di bisogni, ma anche di capacità. E che, se adeguatamente sollecitate, le persone sono disposte a mettere queste capacità a disposizione della comunità, per vivere meglio tutti. Glielo possiamo confermare, perché lo vediamo succedere in tutta Italia, ogni giorno, da anni.

Ripartire dai cittadini, con i cittadini

Lei inizia in questi giorni il suo servizio alla guida di un Paese stanco, impaurito, incerto sul proprio futuro. Un Paese in cui sembra essersi perso il significato stesso di interesse generale, inteso come vincolo all’agire sia collettivo, sia individuale in nome del bene comune.
Le speranze di milioni di persone sono riposte in Lei e sulle Sue spalle grava un peso enorme, che tuttavia potrebbe essere meno gravoso se condiviso non soltanto con il Presidente della Repubblica e con i ministri del Suo governo, ma anche con i Suoi concittadini.
Siamo infatti noi cittadini le truppe sussidiarie, quelle da chiamare in campo quando lo scontro volge al peggio, perché noi siamo portatori di competenze che potrebbero dare un contributo prezioso alla rinascita di un Paese stanco e sfiduciato. Per questo ci permettiamo di suggerirLe, caro Presidente, di fare affidamento su noi cittadini per far ripartire l’Italia. Nelle nostre comunità ci sono riserve immense di solidarietà, intelligenza, fantasia, competenze e voglia di fare, che aspettano solo di essere mobilitate in nome dell’interesse generale da una figura autorevole come la Sua.
Oggi è possibile “ripartire dai cittadini, con i cittadini“, fondando sulla sussidiarietà una nuova alleanza fra istituzioni e cittadini contro la crisi. Un nuovo patto, come il new deal che Roosevelt propose all’America in un momento per gli Stati Uniti altrettanto drammatico.
Siamo sicuri che se Lei si rivolgesse agli italiani rivolgendo loro un’esplicita “chiamata” alla cittadinanza attiva, così come una volta si chiamavano i cittadini alle armi per difendere il paese da un’aggressione, la risposta sarebbe entusiasmante, superiore ad ogni aspettativa.
Se infatti Lei chiamasse migliaia di cittadini, in tutta Italia, a mobilitarsi per realizzare l’interesse generale prendendosi cura dei beni comuni insieme con le pubbliche amministrazioni, l’effetto complessivo sarebbe straordinario, sia in termini di miglioramento della qualità della vita di tutti, sia per l’aumento della fiducia e della coesione sociale che deriverebbe dalla realizzazione di migliaia di patti di collaborazione. Sarebbe come un’iniezione di ricostituente per un organismo debilitato, perché una società con una forte presenza di cittadini attivi è una società in cui tutti vivono meglio ma è anche una società più competitiva.

FONTE : LABSUS scritto da Gregorio Arena 16 Febbraio 2021

Lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dellesperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

il ruolo delle politiche pubbliche . . .

Si parla molto di politiche attive del lavoro, ma, oltre alla scarsa reattività della politica, le proposte che circolano rimangono molto generiche.

Il settore pubblico potrebbe qui giocare un ruolo di grande rilievo, anche se molti commentatori liberali potrebbero non essere d’accordo. Precisiamo che non si tratta di invadere il campo dei privati, bensì di giocare di squadra e supportarsi a vicenda:

  • Lo Stato ha il primario compito di rivedere le politiche educative, integrando la didattica e le conoscenze di base con quelle applicate;
  • Le politiche attive del lavoro devono essere segmentate in base alle necessità delle fasce anagrafiche della popolazione. Le esigenze formative di un giovane (18-35 anni) sono diverse rispetto a quelle di un lavoratore considerato “obsoleto” e ad eventuale rischio automazione;
  • L’integrazione di nuove tecnologie va di pari passo con la disponibilità di infrastrutture digitali adeguate. L’Italia non ha ancora integrato a pieno le potenzialità dell’Industria 4.0 anche a causa della scarsa connettività e della carenza di manodopera qualificata;
  • Gli investimenti pubblici, in partnership con quelli privati, possono essere una soluzione efficace e accelerare il processo di trasferimento tecnologico e delle competenze tra le due sfere di azione. 
Non solo digitalizzazione e innovazione devono avere la priorità nella pianificazione degli investimenti pubblici (sia Recovery Fund sia strumenti come il Piano Transizione 4.0), anche lavoro e formazione continua sono necessari per avviare l’Italia verso la costruzione di un sistema nazionale competitivo. Non più resilienza, ma lungimiranza. 

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 


Spunti per l’amministrazione . . . e sguardo al futuro per i ragazzi . . .

Sarebbe opportuno, per l’Amministrazione non perdere il contatto con le figure del territorio che hanno voglia di lavorare con impegno vero per il rafforzamento della rete civica e sociale del paese che, dimostrata essere un valido supporto non solo per i cittadini ma anche per le amministrazioni, soprattutto in periodi di emergenza come quello che stiamo attraversando. Se, chiaramente, molte attività previste dai Patti di collaborazione non possono più essere svolte in presenza a causa delle varie restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, si potrebbe comunque prevedere qualche attività da remoto, se possibile, o cercare di organizzare incontri nel limite del possibile per mantenere sempre viva una rete ed investire sempre di più sul prezioso capitale umano. Una eventuale riproposta di Patto che potrebbe essere inserita in un progetto più ampio per durata, ma anche in merito all’interesse generale della comunità di cui prendersi cura. Infatti, una maggiore stabilità delle risorse che in questi ultimi anni sono emerse potrebbe, se meglio strutturata, essere in grado di incidere maggiormente nella comunità, e magari iniziare a rispondere ad esigenze e necessità nuove che sono emerse con l’emergenza sanitaria. Le energie civiche così, insieme con le istituzioni pubbliche locali, potrebbero meglio collaborare ad un progetto di società che si cura a partire da beni comuni.
Per quanto riguarda il futuro dei Progetti invece, alla domanda: «Credete che questo blog sia utile a qualcosa?» Cambiare è una parola grande, non sappiamo se sia davvero cambiato, sappiamo però di aver dato un esempio diverso. E l’esempio non è cosa da poco, spesso è solamente il modo più efficace per dare avvio ad un cambiamento.

Una strada imboccata da oltre 8 anni. Poca partecipazione a percorrerla ! Tanti che scelgono percorsi alternativi e scorciatoie varie che non hanno portato mai a niente o quasi ! . . .tranne che creare strutture copia su copia . . . ! ! !

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, mettendo da parte l’ideologia egoistica prevaricante, offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.

 

 

Per disinnescare l’ideologia del NO

Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture. 
L’economia sarà ancora centrale nell’agenda politica globale e il piano NextGenerationEU sarà il punto di partenza per la costruzione dell’Europa nel nuovo sistema globale. Le risorse assegnate all’Italia per lo sviluppo delle infrastrutture e la crescita della digitalizzazione ammontano a 76,4 miliardi, pari ad un terzo delle risorse complessive.PERCHÉ È IMPORTANTE   Il capitolo degli interventi sulle infrastrutture include il potenziamento della rete ferroviaria, con l’obiettivo di portare l’Alta Velocità nel Sud Italia, e la messa in sicurezza delle infrastrutture a rischio. Fondamentale, poi, puntare sull’intermodalità tra le aree di interesse economico, in particolare porti e ferrovie, senza la quale anche le tanto decantate Zone Economiche Speciali produrranno effetti risibili in termini di attrazione di investimenti.

IL FUTURO GREEN   A ben guardare, anche il tema della sostenibilità ambientale, che potrà beneficiare di 74,3 miliardi, e nel quale rientra anche la gestione dei rifiuti per colmare il gap impiantistico a livello regionale, avrà a che fare con la realizzazione di interventi che dovranno agevolare lo smaltimento e la crescita della produzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno. Le smart-grid saranno poi il motore della mobilità.

La transizione energetica, quindi, è molto più di un obbligo dovuto all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, ma un percorso stimolante che si alimenta grazie alla ricerca scientifica e all’avanzare delle tecnologie, e che consente di migliorare il rapporto tra la natura e l’uomo. In Italia, con il Piano energia e clima del 2019 ci si era avviati su questa strada, con obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione sostenuti da specifici piani per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, al fine di rendere le attività Oil & Gas compatibili con il generale processo di transizione, e introducendo una moratoria sulle attività di prospezione di idrocarburi, in attesa di verificare la fattibilità ambientale dei progetti. La pandemia ha cambiato di fatto tutto, anche se appare chiaro che solo utilizzando le risorse nazionali di idrocarburi si potrà realizzare una transizione intelligente.

LA SPINTA DIGITALE   Il 5G, la banda larga e i microprocessori sono poi le tecnologie su cui il governo vuole investire in modo prioritario. Gli ambiti di intervento principali previsti per l’area della digitalizzazione sono la PA, il miglioramento della competitività delle imprese e la Transizione 4.0. Due anni fa, alla vigilia dell’ingresso di Cdp in Telecom, con il presidente nazionale di Confassociazioni, Angelo Deiana, su Il Foglio abbiamo chiesto l’istituzione di un Ministero per la Digitalizzazione proprio sull’esempio della Germania e della Francia, le cui Casse Depositi investono da anni nelle infrastrutture digitali.

La Grosse Koalition di Angela Merkel aveva appena istituito un Ministero per gli Affari Digitali, attribuendogli tutti i poteri per gestire e coordinare le risorse previste nel Piano nazionale della digitalizzazione con cui il governo tedesco prevedeva di attrarre investimenti pubblici e privati per 100 miliardi di euro, con l’obiettivo di trasformare la Germania in una Gigabit society entro il 2025. La proposta voleva stimolare un percorso strutturato che avviasse anche in Italia la costruzione di un ecosistema positivo e dinamico di relazioni ed interconnessioni, attraverso un nuovo piano di sviluppo delle grandi opere infrastrutturali digitali con il relativo contributo degli eventuali concessionari.

INFRASTRUTTURE PER CRESCERE   In questi mesi tutti abbiamo capito che la digital trasformation sta impattando a livello globale assetti sociali, demografici, economici ed istituzionali. Le infrastrutture materiali e digitali, come è stato del resto riaffermato anche nel NextGenerationEU, giocano un ruolo decisivo per programmare la ripartenza del nostro Paese.

Sarà dunque fondamentale anche in Europa e in Italia ricominciare a investire, perché la competitività del mondo globale passerà sempre di più dalla capacità sviluppare le infrastrutture fisiche/digitali, velocizzando anche i processi amministrativi delle agevolazioni fiscali, dallo snellimento dell’iter autorizzativo e dalla individuazione di partner economici qualificati. Le infrastrutture svolgono un ruolo fondamentale per sostenere la mobilità dei cittadini e delle merci, sia a livello nazionale che europeo, in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente e sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita in moltissimi ambiti.

IL PATTO CENTRO-PERIFERIA   In Italia, però, sarà necessario puntare su un fattore che sarà decisivo per colmare il gap infrastrutturale dei territori italiani: la responsabilità e l’autorevolezza della politica. Il governo, ma soprattutto le regioni, i comuni e gli enti locali devono avere la capacità di investire culturalmente sulle opere, intervenendo sul dialogo con le comunità, e imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture.

Se non si riuscirà nella delicata operazione di detonare questa esasperata conflittualità, che da quasi trenta anni caratterizza in tutti i territori italiani il rapporto tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti (TAV e TAP sono solo gli esempi più eclatanti di centinaia di contestazioni sui territori e della cultura antindustriale che attraversa il Paese da Nord a Sud), l’Italia rischia di vanificare l’ultima grande buona occasione che viene dall’Europa.

VINCERE LA CULTURA DEL NO   Oggi il 13,9% dei Comuni italiani ha affermato la propria contrarietà al 5G e la gran parte di questi sono propri quei borghi che la retorica della rivincita del piccolo e del southworking vorrebbe invece farci credere che di colpo sono diventati i luoghi più belli del mondo, dove si può fare impresa e ci si può trasferire per lavorare e vivere (senza servizi e infrastrutture?). Bisogna rendersi conto, però, che la globalizzazione post Covid-19 promuoverà le filiere industriali di prossimità solo se saranno in grado di maturare e favorire servizi efficienti. E le infrastrutture, anche nella nuova logistica integrata che avrà nel Mediterraneo uno snodo essenziale nei traffici commerciali marittimi dopo il raddoppio del Canale di Suez, sono il principale strumento di sviluppo e crescita.

È necessario quindi che questa volta Centro e Periferia provino a ragionare all’unisono, abbandonando per sempre l’ideologia del no e della decrescita, e offrendo al Paese quella visione nel futuro di cui tutti abbiamo bisogno.    

Fonte: Competere di Stefano Cianciotta

Questi alcuni dei temi che il Comitato Trazzera Marina vuole affrontare con il coinvolgimento di cittadini liberi e partner culturali.

Fare squadra –  perché pensiamo che sia l’unico modo per crescere insieme, muovendosi su asset quali quello dell’esperienza, della competenza e del territorio.

da ogni crisi, nasce un’opportunità”, siamo alla ricerca di un modo nuovo che ci permetta di raggiungere gli obiettivi.